domenica 14 settembre 2008

FALLIRE NON È VIETATO

SUL CASO ALITALIA

di ALBERTO ALESINA da IL SOLE 24 ORE del 2/09/08

E’ stata un’estate di salvataggi Da Bear Stearns a Fannie Mae e Freddie Mac all’Alitalia. Uno spettacolo triste. Gli innocenti contribuenti - americani e italiani - pagheranno per gli errori di manager, per eccessi di rischio, per piloti e assistenti di volo molto ben pagati. La sinistra marxista un tempo parlava (giustamente) di privatizzazione dei profitti e pubblicizzazione delle perdite. Gli statisti odierni a cominciare dal ministro Giulio Tremonti pare non ci vedano nulla di male, anzi vorrebbero far entrare ancor di più lo Stato in gioco. Personalmente trovo la risposta sbagliata. Vanno privatizzati sia i profitti che le perdite, tenendo lo Stato (cioè tutti noi) il più possibile a debita distanza da chi sbaglia. In un mondo ideale chi sbaglia ne subisce le conseguenze. Manager che fanno errori o che sono semplicemente meno abili dei concorrenti – è giusto che falliscano. Altrimenti come si motivano i loro salari stratosferici? E gli azionisti che hanno investito male è giusto che perdano: la Borsa non è una gallina dalle uova d’oro. Per le imprese inefficienti non c’è spazio sul mercato: devono per far posto a chi sa produrre meglio e creare più reddito. Questo darwinismo economico è quello che ha creato la ricchezza di cui tutti godiamo dalla rivoluzione industriale in poi. Sicuramente, i deboli vanno protetti e l’assicurazione contro la disoccupazione dei lavoratori è qualcosa di indispensabile, che noi non abbiamo. Invece siamo prontissimi ad assicurare manager, azionisti e piloti in esubero.

Certo, il mondo non è così semplice e qualche volta bisogna, salvare. Ma c’è salvataggio e salvataggio. Se un’istituzione finanziaria fallisce, può trainare con sé imprese perfettamente sane e creare un credit crunch. Ecco allora che un intervento dello Stato (e della banca centrale) serve alla collettività. L’interesse nazionale in questo caso è chiaro: evitare una depressione da debito. L’intervento su Bear Stearns è stato per esempio molto ben congegnato e potrebbe non costare quasi nulla al contribuente americano. Gli azionisti di Bear Sterns (e il suo management) hanno preso una batosta. Il salvataggio di Freddie Mae e Freddie Mac costerà invece moltissimo agli americani.

Non si poteva fare altrimenti per evitare un collasso finanziario. Salvare questi due colossi del credito edilizio è stata un scelta necessaria ma triste, uno dei giorni più neri del capitalismo americano recente. Ma non si dica che è stata la mancanza di regole, cioè troppo mercato a creare il problema finanziario americano, un’altra delle favole che ci raccontano gli "statalisti" nostrani. È stato il contrario. Regole sbagliate hanno troppo favorito il prestito edilizio e hanno creato incentivi sbagliati per le agenzie di rating ad assegnare «AAA» a tutti. Le connessioni politiche di Freddie Mae e Mac hanno consentito loro di seguire pratiche troppo rischiose evitando l’occhio del regolatore e sapendo che sarebbero state salvate in ogni caso. Il problema è stato l’eccesso di commistione pubblica, non l’eccesso di mercato.

Anche negli Stati Uniti un bel po’ di privatizzazione dei profitti ed una statalizzazione (per giunta preannunciata) delle perdite. Salvare una grande banca è quindi qualcosa che «turandosi il naso» - secondo un celebre detto di Indro Montanelli - qualche volta si deve fare. Il non averlo fatto nel 1929 fu una delle causa della Grande Depressione. Ma far pagare ai contribuenti almeno un miliardo di euro (se non più) per salvare Alitalia e favorire una cordata di imprenditori italiani non ha senso. Ed esprimo sempre un’opinione personale: a mio avviso il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, non doveva farne parte.

Sospendere le regole dell’Antitrust ha poi creato un precedente terribile che potrà essere invocato da chiunque voglia essere aiutato. Questo dettaglio è ancora più grave dei miliardi che spenderanno i contribuenti per Alitalia: apre la strada ad altri miliardi che verrebbero spesi per altre imprese mal gestite. E interessante come gli «statalisti» invochino lo Stato quando serve, quando crea vincoli indesiderati lo zittiscono.

Non c’è alcun interesse nazionale ad aiutare Alitalia. Le sue rotte verrebbero assorbite da altre compagnie e anzi l’eliminazione di posizioni di monopolio Alitalia ridurrebbero i prezzi per i viaggiatori. L’Alitalia non trascinerebbe nel fallimento altre imprese. I suoi lavoratori verrebbero riassorbiti da altre compagnie e nel frattempo andrebbero protetti con assicurazioni contro la disoccupazione. Perché salvare Alitalia e non l’impresa del piccolo imprenditore con 20 dipendenti in difficoltà che mai ha usato un euro di denaro pubblico? Che differenza c’è?

Ma si dirà, a proposito di differenze, non è ingiusto che una banca si debba salvare e una compagnia aerea no? Una risposta tranchant sarebbe «life is unfair» («la vita è ingiusta»), ma in realtà c’è un criterio di giustizia sottostante. Una banca che fallisce può trainare con sé molti innocenti. Una compagnia aerea no, fatti salvi i dipendenti più deboli con l’assicurazione contro la disoccupazione temporanea. Il problema è che se una banca grande sa che sarà sempre salvata ha gli incentivi sbagliati. Ecco perché serve trasparenza dei bilanci e un buon funzionamento delle agenzie di rating e della vigilanza per evitare che si giunga al momento del salvataggio.

Nessun commento:

Posta un commento