LO SCENARIO ECONOMICO INTERNAZIONALE
di ANTONIO MARTINO estratto da OCCASIONAL PAPER IBL N. 58 del 5/08/08
[…] Le tesi dei protezionisti sono diventate in apparenza più raffinate, restando tuttavia grossolanamente false nella sostanza. E’ di moda oggi sostenere che il protezionismo è reso necessario per contrastare la concorrenza “sleale” di Paesi che, come la Cina e l’India (immaginosamente accomunate col termine “Cindia”), praticano il “dumping sociale” e quello ambientale perché i loro standard di protezione sono più bassi dei nostri. Si tratta di una crudele sciocchezza: i salari e le condizioni di lavoro nei Paesi poveri sono meno elevati dei nostri per la semplice ragione che quei Paesi sono più poveri di noi e lo stesso vale per gli standard di protezione ambientale. Anche in Italia i salari e la protezione ambientale erano bassi quando eravamo poveri, hanno raggiunto il livello attuale grazie allo sviluppo economico, al fatto che siamo diventati meno poveri.
Lo stesso accadrà in Cina ed in India quando, grazie alla crescita economica, quei Paesi potranno permettersi salari più alti e standard di protezione sociale ed ambientale più alti. Sostenere che dobbiamo gravare i loro prodotti di oneri tariffari equivale a dire che i Paesi poveri devono essere puniti per la loro povertà.
Né queste sciocche misure protezionistiche vanno a vantaggio dei Paesi che le adottano, perché le alternative offerte ai consumatori si restringono – hanno una minore scelta e devono subire prezzi più alti – e perché, sottraendo i produttori nazionali alla disciplina della concorrenza internazionale, li si condanna a livelli di efficienza più bassi di quanto sarebbero altrimenti. Né va sottaciuto che, inevitabilmente, i provvedimenti restrittivi finiscono col produrne altri per ritorsione col risultato che il livello complessivo del commercio internazionale si riduce con danno per tutti i Paesi.
Le interferenze statali nel funzionamento dei mercati sono responsabili anche della recente impennata dei prezzi dei prodotti alimentari. L’Unione Europea, il Giappone e, in misura minore, gli Stati Uniti da tempo adottano una serie di incentivi e misure dirette a scoraggiare la produzione: le politiche di “set aside” che inducono gli agricoltori americani a non coltivare per intero i fondi di loro proprietà, le quote massime imposte alla produzione di certi cibi, come le famigerate “quote latte” della politica agricola europea e la miriade di altre misure introdotte col nobile proposito di difendere il reddito degli agricoltori hanno di fatto reso più rigida l’offerta col risultato che l’aumento della domanda si è scaricato prevalentemente sui prezzi anziché incentivare la produzione.
Anche in questo caso si tratta di miopi provvedimenti di chiusura al commercio internazionale che, per tutelare i produttori nazionali, danneggiano i consumatori e condannano i Paesi poveri al sottosviluppo.
Conclusione
Viviamo in un’epoca straordinaria: non abbiamo mai vissuto così a lungo né così bene, non siamo mai stati così ben nutriti, curati, abbigliati, intrattenuti, trasportati e ricchi nella millenaria storia dell’umanità. Gli straordinari vantaggi di cui godiamo non ci sono stati graziosamente elargiti dalla Provvidenza divina e non sono il frutto di illuminate politiche riformatrici. Sono il risultato del lavoro, dell’impegno e dell’intelligenza di miliardi di uomini e donne, ognuno dei quali si è dedicato al suo lavoro per ricavarne un beneficio personale e, così facendo, ha anche non intenzionalmente realizzato l’interesse dei suoi simili. E’ stato il coordinamento spontaneo dell’attività di miliardi di persone in tutti i Paesi del mondo che nel corso dei secoli ha consentito all’umanità di crescere, di prosperare, di progredire. La libertà delle relazioni economiche fra persone diverse non solo all’interno di uno stesso Paese ma anche abitanti in Paesi diversi, la “mano invisibile” del mercato, ha fatto raggiungere alla condizione umana livelli sempre più alti. Non possiamo consentire alla miopia degli incolti di intralciare il funzionamento dell’unico vero motore di crescita e di benessere diffuso. Come in passato, se vogliamo guardare al futuro con speranza e con ottimismo dobbiamo impedire alle forze ostili all’apertura internazionale di prevalere.
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