di Marco Giaconi
2/5/08
Da www.alleo.it
Il Partito Democratico, sia nella sua propaganda che nella sua grammatica generativa interna, è molte cose: è un partito modellato sull’esempio americano, leggero e suadente nei messaggi, è l’erede del progetto berlingueriano del “compromesso storico” tra i cattolici di sinistra e quei comunisti che volevano aggirare e superare le logiche di una “guerra fredda” ormai declinante, è l’erede del progetto dell’”Ulivo”, che aggregava dai centristi non berlusconiani fino alla sinistra anticapitalista, e infine il tentativo, minoritario, e paradossale, di fare del PD un “partito laburista” allargando l’influsso dei vecchi DS sulla sinistra moderata. L’ultima ondata di quella “egemonia da rivoluzione passiva” che aveva determinato il rapporto strettissimo tra la società civile e il PCI prima della crisi del modello sovietico.
Ma tutti questi testi paralleli del discorso del PD sono modellati su un meccanismo organizzativo: una leadership carismatica ma anche mediatoria che raccoglie potentati locali, rappresentanti di alcuni interessi finanziari e industriali, lobbies e voto di opinione che riflettono, tutti, una idea del nostro Paese che, forse, ha bisogno di una riflessione più attenta.
L’Italia oggi non ha alcun bisogno di un partito incentrato unicamente sull’apertura alla “società civile” ritenuta, a torto, sempre migliore di quella della rappresentanza politica. Il mito di Gianni Agnelli, degli “italiani migliori dei loro politici” è un pericoloso abbaglio.
Quindi l’idea fondamentale, che sembra finora aver unificato gli interessi, i gruppi di potere, le clientele elettorali, il voto di opinione del Partito Democratico, quello del “partito liquido”, ovvero della rappresentanza in presa diretta di tutte quelle istanze che rimangono fuori dal sistema organizzativo del PDL berlusconiano, è uno schema destinato a replicare tutte le sconfitte più recenti.
E infatti l’Italia, fuori dal bipartitismo imperfetto che oggi si manifesta nel suo sistema politico, non è una società dove gli interessi e le richieste di tutela possano essere tutte riunite in un solo grande luogo di compensazione partitico. La società a crescita zero che già l’Italia sperimenta da anni, e che in futuro diverrà pervasiva nel nostro Paese, è un sistema in cui si stanno riscrivendo tutte le fratture della vecchia Prima Repubblica in un contesto, spesso ancora più polarizzato, che non permette più una redistribuzione rapida del surplus. Se ci sarà ancora un surplus.
Altrimenti, in un contesto a somma zero, chi perde status e quote di reddito trasferisce questo quid ad altri, senza poter attendere il suo turno in una logica di riequilibrio degli interessi gestita da un “partito contenitore” sufficientemente grande. La politica non comanda più l’economia, e il sistema produttivo è o globalizzato, e quindi legge l’Italia secondo i suoi interessi, o è piccola e media industria, e desidera fuoriuscire dal controllo della rappresentanza elettiva, non far ridistribuire a essa i suoi surplus regionali o di distretto.
Diverso è il caso del PDL berlusconiano. A differenza di quanto credono gli analisti più ingenui, o ideologizzati, Forza Italia prima e il PDL oggi non sono “partiti liquidi”, o plastic parties, ma si tratta invece di una tecnostruttura che determina un partito, e che opera anche al di fuori di esso.
Il PDL è un partito a basso tasso di organizzazione interna, fortemente centralizzato nelle decisioni e negli input al suo elettorato; che promana non da una leadership politica, ma da un potente gruppo imprenditoriale che detta al suo partito, e non solo a esso, una linea strategica e un programma politico a medio termine. E la tecnostruttura controlla anche la rappresentanza politica intermedia del PDL, evitando la cristallizzazione di interessi potenzialmente diversi da quelli del resto del “Popolo della Libertà” e rapportandosi direttamente agli altri “poteri forti”, che possono venir contattati dal ceto politico intermedio del PDL, ma senza particolare autonomia decisionale. Potremmo dire, con una battuta arrischiata, che il PDL è un partito carismatico nel quale (fatto nuovo rispetto alla storia dei partiti carismatici classici) l’élite del potere interna non é al potere perchè rappresenta il partito, ma è nel partito perché rappresenta il potere, quello reale, e non solo economico.
L’idea quindi che Berlusconi sia in politica per “difendere i suoi interessi” (che è fra l’altro l’anima della politica moderna) è errata. Il PDL è il primo progetto politico in Italia in cui una vasta parte di coloro che concedevano quote di potere e di risorse per essere rappresentati dalla vecchia classe politica, costruisce un Partito che moduli da solo la loro rappresentanza parlamentare. Non si tratta nemmeno, beninteso, del “partito dei padroni”. Il PDL è il partito di tutti quelli che ritengono inutile e dannosa la rappresentanza dei propri interessi tramite una classe politica autonoma e spesso incontrollabile. Ecco perché gli operai del Nord (ma anche qualcuno del Centro) votano il PDL e i suoi alleati. Perché non si fidano della rappresentanza autonoma delle varie classi politiche tradizionali, comprese quelle del vecchio centrismo e della vecchia destra.
Il Partito Democratico, quindi, si rivale essere il “Lato B”, la cover, come si usava nei vecchi 45 giri, del partito di Silvio B.
Riverbera dentro di sé, senza organizzarla gerarchicamente, la sequenza delle richieste della “società civile”, ha un centro di mediazione delle spinte interne senza avere un leader carismatico che può dire “no” , raccoglie una serie di istanze rappresentative che sono tutte, dai teocon alle frange più gauchistes, richieste di tipo soprattutto ideologico e identitario. I partiti contemporanei riescono a essere con successo identitari quando identificano le richieste profonde dell’elettorato, ma se il meccanismo scatta dopo che la richiesta è stata esplicitata, è la lobby a comandare, non il partito che la assume. E infine, al di sotto di una determinata massa critica e in una situazione in cui il Partito Democratico non identifica tre-quattro linee e le porta avanti, anche i poteri forti che potrebbero essere interessati a salire su quel cavallo lo terranno alla larga, lasciandolo peraltro con pochissima biada.
[2 maggio 2008]
Nessun commento:
Posta un commento