domenica 22 giugno 2008

Un partito in bilico

Il PD rischia di morire di consunzione, tra un leader azzoppato e un gruppo dirigente che si nasconde. Per questo Veltroni dovrebbe dimettersi e aprire la strada ad una leadership veramente nuova.

Andrea Romano
La Stampa
21/6/08

Colpisce che nella stessa giornata si consumi il doppio spettacolo che ci hanno offerto ieri Silvio Berlusconi e Walter Veltroni. Da una parte un capo di governo privo di freni e inibizioni, che accusa di sovversione la magistratura inquirente e che sbeffeggia il principale avversario dipingendolo senza mezzi termini come un predone e un fallito. Dall'altra un leader dell'opposizione che recita una fiacca difesa delle proprie sconfitte, circondato da un gruppo dirigente impegnato in una litania di autoconservazione.

È un doppio spettacolo di onnipotenza e impotenza, che chiama in causa soprattutto coloro che in democrazia avrebbero il compito di delimitare il campo di azione della maggioranza. Quel compito spetta all'opposizione e oggi Berlusconi si scatena anche perché avverte di non avere alcun vero confine intorno a sé. I dipietristi possono dirsi soddisfatti di tornare a sventolare la bandiera del giustizialismo e dell'indignazione.

L’Udc è ancora alla ricerca di una vera ragione per restare sui banchi della minoranza e il Partito democratico è congelato nella fotografia emersa dall'assemblea di ieri: un leader azzoppato che non prova nemmeno a spiegare le ragioni delle sconfitte che negli ultimi due mesi hanno travolto gli insediamenti elettorali del Pd e un gruppo di colonnelli che lo attende al varco continuando a ripetere che «Veltroni non è in discussione», come se fosse un pontefice e non un normale segretario di partito. La formula magica della «grande manifestazione nazionale di protesta» è bastata per ora a buttare la palla in calcio d'angolo, ma nessuno si nasconde che l'incrocio tra il gioco di correnti vigorose ma tutt'altro che dichiarate e l'immobilismo politico rischia di mettere in discussione la stessa esistenza del Partito democratico.

Perché il Pd sta morendo di consunzione, di assenza di una trasparente battaglia politica, della mancanza di sincerità minimamente necessaria ad ammettere le sconfitte e a scegliersi una nuova leadership. E così sta spegnendosi la stessa idea di avere a sinistra un soggetto finalmente capace di riunire tradizioni e culture divise dal nostro Novecento. Veltroni porta su di sé gran parte di questa responsabilità, a un anno dalla sua ascesa al potere, ma non è il solo a doverne rispondere. Coloro che lo circondano recitano ognuno una parte in commedia già ampiamente conosciuta. Massimo D'Alema nega di voler organizzare alcuna corrente, mentre associa molte decine di parlamentari in attività ovviamente culturali e attende che si completi il logoramento di Veltroni con le elezioni europee del prossimo anno. Rosy Bindi è impegnata a restituire l'onore politico a Romano Prodi, Francesco Rutelli si occupa dei confini tra le famiglie politiche europee e c'è poi chi, come Goffredo Bettini, dopo aver disegnato la strategia che ha portato Berlusconi a Palazzo Chigi per la terza volta ci spiega sull’Unità di giovedì che il compito del Pd è niente di meno che indicare «un grande compromesso mondiale, sociale e politico, in grado di far dialogare e cooperare l'Occidente e i nuovi grandi protagonisti del mondo».

All'Italia basterebbe francamente molto meno, per esempio un partito appena normale. Con una normale dialettica interna fatta di idee e proposte apertamente in conflitto, una normale capacità di contenere le esternazioni sconsiderate che sono venute ieri dal capo del governo, una normale strategia di conquista del consenso. Ma forse quel partito non può essere prodotto da una classe dirigente che è da anni impermeabile alle sconfitte, incapace anche solo di pensare di farsi da parte per permettere alle nuove energie che esistono ai livelli locali e intermedi del Pd di avere una possibilità. E allora Veltroni potrebbe compiere un'ultima buona azione, se davvero volesse garantire un futuro al Partito democratico. Annunciare le proprie dimissioni di qui a un anno, per aprire porte e finestre a un percorso di primarie autentiche e ben diverse da quelle dall'esito preconfezionato che abbiamo visto nel 2007. Sarebbe un atto di suprema responsabilità personale, che taglierebbe fuori tutti coloro che oggi vegliano la sua agonia politica e dal quale forse uscirebbe una leadership capace, di qui al 2011, di offrire al paese un'autentica alternativa al centrodestra.

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