da Il Sole 24 Ore del 11 giugno 2008, pag. 14
di Guido Compagna
Fatto il partito, andati "liberi" e quasi soli alle elezioni chiaramente perdute, forse è arrivato il momento per il Pd di prendere qualche decisione. Per esempio, visto che manca meno di un anno al rinnovo del Parlamento di Strasburgo, sulla sua collocazione internazionale ed europea.
Ieri Veltroni ha incontrato a Berlino numerosi leader socialisti, tornerà a vederli oggi a Napoli. Intanto a Roma Francesco Rutelli, altro autorevole punto di riferimento del nuovo partito, è tornato a dire chiaro e forte: «Di sicuro il Pd non potrà entrare nell’eurogruppo socialista e tantomeno nel Pse e nell’Internazionale socialista». Una posizione condivisa non soltanto da Marini e dagli altri ex Ppi, ma anche, con motivazioni e collocazioni interne al partito diverse, da Arturo Parisi e Rosy Bindi.
Nei suoi incontri berlinesi, e così sarà probabilmente in quelli napoletani, Veltroni non ha potuto non tenere conto delle forti resistenze a un ingresso del Pd nel Pse. E così ha cercato, ancora una volta, di andare oltre. Il problema, ha spiegato a Rasmussen e a Schulz è quello «di cambiare le attuali case europee», perché «ogni ritorno alle vecchie identità è un gravissimo e lacerante errore».
Gli interlocutori di Veltroni si sono mostrati cortesemente attenti alle sue osservazioni. Certo il Pse deve allargarsi, e in larga parte lo ha già fatto, a partiti che non si dichiarano necessariamente socialisti. Del resto all’Internazionale socialista fanno riferimento anche i democratici americani. Ma un problema resta: intanto che si riaggiustano o si riorganizzano le case europee dove si acquartiera il Pd?
Domanda che prima o poi dovrà avere una risposta. Magari prima delle prossime elezioni europee. Per ora le ipotesi in campo sono diverse. Naturalmente c’è anche quella di un ingresso nel Pse per favorire un suo allargamento, magari anche nel nome, a forze che socialiste non sono. A favore di questa ipotesi c’è anche il dato che nel Pse ci sono piccoli partiti italiani, possibili concorrenti del Pd, come il pur minuscolo partito socialista e la sinistra democratica di Mussi uscita all’ultimo congresso dei Ds.
Ma questa ipotesi, lo abbiamo visto, è rifiutata da quasi tutto il fronte dell’ex Margherita. Il quale per il momento è collocato nel gruppo parlamentare dei liberaldemocratici, tra i quali c’è il francese Bayrou, tanto caro a Rutelli, ma c’è anche un’autorevole presenza dei radicali italiani, guidata da Marco Pannella. I quali radicali, come è noto, anche come semplici alleati, sono visti come il fumo negli occhi dai cattolici dell’ex Margherita.
A questo punto i futuri eletti del Pd potrebbero tornare a dividersi (ma loro spiegherebbero che è un "diffondersi") tra socialisti e liberaldemocratici. Ma questa non sembra una prospettiva sulla quale sia agevole chiedere il voto degli elettori. C’è allora l’ipotesi (ne ha parlato la Bindi) di una temporanea collocazione nel gruppo misto. Ma apparirebbe un modo di non decidere. E anche Veltroni pare sia contrario.
E allora? Di solito dinanzi a un interrogativo di forte rilevanza identitaria, ma anche politica, un partito decide. Anche a costo di dividersi. Ma per decidere dovrebbe riunirsi un Congresso nel quale possano pronunciarsi gli iscritti attraverso i loro delegati. Oppure - lo ha proposto Magda Negri - si potrebbe affidare la scelta ancora una volta al popolo delle primarie. Ma per far ciò il Pd dovrebbe abbandonare la strada seguita sinora: quella di non scegliere pur di non dividersi. Anche a costo di rischiare la «scissione»: un rischio che il quotidiano "Europa", già vicino alla Margherita, ieri evocava con disincantato e meritorio realismo.
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