sabato 21 giugno 2008

Le frecce di Tremonti

da La Stampa del 19 giugno 2008, pag. 1

di Mario Deaglio


C’è almeno una differenza fondamentale tra questo governo e gli altri tre che Silvio Berlusconi ha presieduto dal 1994 a oggi: quattordici anni fa, a prescindere dalla forte influenza sui programmi degli interessi personali del presidente del Consiglio, la maggioranza sembrava sinceramente pervasa da un’ideologia liberista che oggi si è appannata o è svanita del tutto.

Attratta dal modello americano del presidente George W. Bush, la maggioranza degli elettori e dei parlamentari di Forza Italia riteneva che la riduzione delle imposte ai contribuenti dai redditi medio-alti avrebbe stimolato lo spirito di iniziativa di questi ultimi e ne sarebbe derivata nuova ricchezza per tutti; che un clima di mercato, caratterizzato da minori restrizioni, avrebbe in ogni caso stimolato la crescita e ridato slancio all’economia italiana; che la libertà dei commerci avrebbe portato i vantaggi a tutti i partecipanti al grande mercato globale.

Le cose non sono andate proprio così: l’Italia continua, nonostante il lodevole sforzo di molte imprese, ad arrancare con fatica nell’economia mondiale, i «fondi sovrani» asiatici si mangiano le grandi banche americane, il liberismo è sotto attacco negli Stati Uniti. Per conseguenza nel pomeriggio di ieri molti dei membri del governo di allora si sono ritrovati, un po’ più vecchi e un po’ più tristi, attorno allo stesso tavolo del Consiglio dei ministri con il medesimo obiettivo: mettere a punto, come nel 1994, qualche rimedio che funzioni davvero contro il male strutturale dell’economia italiana, che è quello di crescere assai meno di qualsiasi altro Paese avanzato.

A differenza di quattordici anni fa, all’appuntamento di ieri l’ideologia non è stata invitata. Almeno sul piano economico, il governo pare divenuto molto più pragmatico: di fronte alla gravità del «male italiano» si adottano molte misure «di buon senso» che mostrano come non esista un vero scontro frontale o incompatibilità tra i propositi economici dell’attuale e del passato governo. Invece che sulle detassazioni dei ricchi, l’accento è necessariamente passato alla difesa dei bilanci famigliari dei quasi-poveri ossia di una fascia di italiani che hanno crescenti difficoltà a fare la spesa quotidiana e a pagare le bollette energetiche. Invece che sulla libertà dei commerci, il ministro dell’Economia pone fortemente l’accento sui posti di lavoro da salvare dalla concorrenza dei paesi emergenti, anche a costo di erigere nuove barriere commerciali a livello europeo.

Secondo uno stile ormai purtroppo usuale nella politica economica italiana, il provvedimento varato ieri dal Consiglio dei ministri contiene un po’ di tutto, dalla «sterilizzazione» degli aumenti del prezzo dei carburanti a norme che dovrebbero assicurare consulenze più trasparenti nella pubblica amministrazione da dichiarazioni di intenzioni sull’energia nucleare a disposizioni sui libri di testo on-line nelle scuole. È troppo presto per un giudizio definitivo ma due punti appaiono abbastanza chiari.

Il primo riguarda la cosiddetta «Robin Hood tax» ossia un prelievo fiscale, su compagnie petrolifere, banche e assicurazioni che dovrebbe favorire una redistribuzione verso chi è in difficoltà e costituire un sostegno importante alle finanze famigliari. Che si andassero a tassare i settori in cui i redditi sono maggiormente e vistosamente cresciuti in questi anni era inevitabile; occorre però ricordare che si tratta di una tassazione eccezionale di proventi eccezionali e che, come tale, non potrà risolvere il problema strutturale del deterioramento della capacità di spesa degli italiani. Nella leggenda inglese, Robin Hood prese ai ricchi e diede ai poveri, ma i poveri continuarono a rimanere tali.

I ministri economici hanno toccato con mano una volta di più quanto sia difficile modificare davvero qualcosa di importante nell’economia di questo Paese: in un sistema economico fortemente complesso, com’è quello italiano, i problemi strutturali non si risolvono con semplici formulette. La coperta è sempre troppo corta e se si tira da una parte se ne lascia scoperta un’altra: in particolare, alleggerire il carico fiscale alle famiglie abolendo l’Ici sulla prima casa significa causare un terremoto nelle finanze regionali, il che va contro le istanze di regionalismo della maggioranza. Può darsi che alla fine emerga un regionalismo più responsabile, ma per intanto l’Italia si ritrova più centralista di prima; e può darsi che il «sacro fuoco» dei tagli alla spesa pubblica si smorzi rapidamente di fronte all’obiettiva difficoltà di realizzare qualcosa di rilevante a livello dell’intero sistema economico.

Nella constatazione della comune quasi-impotenza a cambiare le cose, sarebbe importante che, almeno sull’economia, tra maggioranza e opposizione non si scavassero fossati troppo profondi. I guai del Paese sono troppo seri perché l’Italia se li possa davvero permettere: abbiamo esaurito da tempo le nostre riserve di simpatia internazionale e sull’Italia incombe l’attenzione di un mondo che va avanti e guarda alla debolezza delle nostre cifre senza troppa simpatia.

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