da La Stampa del 18 giugno 2008, pag. 12
di Marcello Sorgi
L’assemblea costituente del Pd, che si riunirà a giorni, non dovrà solo discutere seriamente della sconfitta elettorale di due mesi fa, o del grado di calore di un’opposizione che Veltroni sembra ora voler rilanciare, dopo una sonnolenta prima stagione di dialogo con il governo. Sulle assise democratiche, che avranno quasi la portata di un congresso, preme infatti pesantemente un caso Prodi, cioè il problema del fondatore e presidente del partito che s’è dimesso irrevocabilmente dopo il proprio accantonamento.
Assente durante la campagna elettorale, in cui tutta la macchina della propaganda elettorale democratica e veltroniana era orientata a cancellarne anche il ricordo, silenzioso o quasi dopo la sconfitta, Romano Prodi, vale a dire l’unico leader con cui il centrosinistra ha battuto due volte Berlusconi, ha atteso una decina di giorni dal fatidico 13 aprile prima di separare il suo destino da quello del suo (ex) partito. Quando l’ha fatto, un’ondata di reazioni ingenerose lo ha travolto.
S’è detto e scritto: si dimette, come tutti, per farsi respingere le dimissioni. O addirittura per fondare nuovamente un suo partito. Oppure: si fa da parte, come la prima volta, quando andò in Europa, per rigettarsi su uno scenario internazionale, magari l’Onu. O ancora: spunterà con un grosso incarico manageriale, al centro delle grandi partite economiche globali. Fino all’ultima versione di questa settimana, peraltro diffusa da suoi (ex) diretti collaboratori, secondo la quale Prodi avrebbe ormai maturato una scelta esistenziale diversa dalla politica, e per questo avrebbe confermato definitivamente la sua decisione di ritirarsi.
Sorprendente, in questa ragnatela di interpretazioni, è la varietà degli argomenti: convenienza, tattica, grandi e grandissime aspirazioni, soldi perfino, e per finire la psicologia. Tutto, insomma, per trasformare in una specie di caso umano l’uomo che fino a gennaio di quest’anno sedeva a Palazzo Chigi alla guida del governo e, anche se con difficoltà, teneva insieme quella che sarà ricordata come l’ultima coalizione di centrosinistra che era riuscita, sia pur di poco, a battere il centrodestra. Tutto, dunque, anche la crisi esistenziale (manca poco che lo descrivano come un pazzo!), per evitare di affrontare il problema Prodi come un caso politico. Cioè nell’unico modo possibile e legittimo.
Prodi infatti - è impossibile negarlo, malgrado i ripetuti tentativi di cancellarlo - ha fondato l’Ulivo nel 1996 e l’Unione nel 2006 sulla base di una linea politica chiarissima, grazie alla quale è riuscito a vincere due volte in dieci anni le elezioni, e senza la quale Veltroni le ha perse nel 2008.
Si può discutere sul fatto che l’impostazione prodiana - l’accordo, anche difficile, faticoso e a costo di un programma di 283 pagine con dentro tutto e il contrario di tutto, tra il centrosinistra riformista e la sinistra radicale post-rivoluzionaria - nel tempo si fosse logorata, condannando di fatto i governi che esprimeva all’immobilità. Ma è sicuro che al primo tentativo di sostituire la linea della coalizione a qualsiasi prezzo con quella del partito «a vocazione maggioritaria», il centrosinistra, che fin qui era riuscito a contenere il centrodestra anche quando non era riuscito a batterlo, ha aperto la strada alla più grande vittoria berlusconiana di tutta la storia della Seconda Repubblica.
A due mesi dalla quale, la sconfitta subita dal Pd e l’inutilità del ruolo d’opposizione a fronte di un governo che impone giorno dopo giorno le sue decisioni, non può certo essere diluita, né lenita, da notazioni tipo «però abbiamo costruito un partito riformista grande come non ce n’erano mai stati in Italia».
Sta tutto qui il bivio in cui la strada dell’ex premier, del vincitore del 1996 e 2006 e del fondatore del Pd, s’è divisa da quella del suo partito. E va da sé, non perché quella seguita da Prodi sia l’unica strada possibile per costruire, o ricostruire, un’opportunità di rivincita del centrosinistra. Ma perché, prima di essere accantonata per sempre, merita almeno di essere discussa, e confrontata, con quella che oggi appare l’unica linea possibile del Pd veltroniano, che insiste nella sua marcia solitaria, anche a dispetto della sconfitta subita.
Prodi magari non tornerà indietro, caparbiamente resterà attaccato al suo ruolo di moderno Cincinnato. Ma se il suo esilio politico dovesse servire anche soltanto a riaprire un dibattito, il centrosinistra, con lui e dopo di lui, avrà fatto un altro piccolo, o non tanto piccolo, dati i tempi, passo in avanti.
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