domenica 29 giugno 2008

IL NUOVO CHE ANCORA NON C’È


POLITICA
HA DELUSO L’ASSEMBLEA COSTITUENTE DEL PD


Con buona pace di chi sperava di riformare il Partito democratico per rilanciarlo, la riunione ha registrato un sostanziale nulla di fatto.
E le doglie rimangono.
Alberto Bobbio

Famiglia Cristiana
n.26 del 29/6/08


Con buona pace di chi sperava di riformare il Partito democratico per rilanciarlo, la riunione ha registrato un sostanziale nulla di fatto.
E le doglie rimangono.

Non è stata nemmeno una collettiva seduta di autocoscienza. L’Assemblea costituente del Partito democratico si è sciolta nel sole feroce della Fiera di Roma, ancor prima di cominciare.

C’erano 700 delegati sui 2.800 eletti nelle primarie, c’erano i parlamentari, i colonnelli di Walter Veltroni, ma non i dirigenti locali, quelli che hanno creduto per otto mesi nella nascita di un partito nuovo. Non c’erano neppure gli intellettuali di bandiera: Cacciari aveva da fare il sindaco a Venezia, la Jervolino a Napoli, il regista Ozpetek doveva girare un film. Non c’erano neanche Cofferati, Chiamparino, Bassolino.

Enrico Letta, che fosse un giorno triste, lo mette in conto dal mattino. Scende da un aereo da Torino e confida l’impressione che sia tutto inutile: «Non ci sarà dibattito. Ma la pratica va espletata». Appunto, la pratica.

Walter Veltroni parla per oltre due ore e distilla il suo pensiero, che va da Obama all’aumento del prezzo del riso, ma evita accuratamente di parlare di sconfitta, nulla dice sul Campidoglio perso malamente a favore di Alemanno, nemmeno una parola sul disastro siciliano del Centrosinistra e sulle altre elezioni amministrative.

Il segretario del Partito democratico Walter Veltroni durante il suo intervento all'Assemblea costituente.
Il segretario del Partito democratico Walter Veltroni
durante il suo intervento all’Assemblea costituente (foto AP).

Osserva Marco Follini: «All’esame di coscienza tutti tendono a sottrarsi». L’unica cosa che soddisfa Follini è il fatto che sono state stroncate le sollecitazioni di chi nel Pd invitava a ripensare le alleanze: «Veltroni ha fatto bene a mettere un argine a qualsiasi ipotesi di accordo con la sinistra radicale».

Tuttavia, Veltroni ha dato l’impressione di temere un ritorno della Sinistra arcobaleno nelle piazze. E ha giocato d’anticipo annunciando per l’autunno una grande manifestazione popolare di protesta contro il Governo. Lo dice a pugni stretti, alzando la voce. Ma l’assemblea è fredda, pochi applausi. Il Pd di Veltroni non piace neppure ai suoi pochi fedelissimi. Solo quando chiede a Romano Prodi di restare "non formalmente" scatta l’applauso vero, lungo, con i delegati che si alzano in piedi uno a uno e costringono la nomenklatura veltroniana schierata sul palco a fare altrettanto.

I registi del segretario avevano concepito le parole come un passaggio rituale, l’onore delle armi all’ex capo del Governo, l’uomo responsabile, nella rotonda analisi veltroniana, della sconfitta elettorale, della complicazione della politica, del fallimento del bipolarismo. Così adesso si stupiscono del tributo a Prodi, addirittura s’imbarazzano, perché l’unico vero dato politico emerso dall’Assemblea costituente è quell’applauso lungo tributato a Romano, che mette in ombra Walter.

Il segretario finisce e cominciano i guai. Il sasso lo lancia Arturo Parisi, ex ministro della Difesa, l’intellettuale sardo-bolognese padre nobile dell’Ulivo e di tutto il nuovo che ancora non c’è. E colpisce nel segno. Pone una questione dirimente, quella della democrazia interna del partito. Chiede la verifica del numero legale per approvare modifiche allo Statuto, che tolgono potere all’assemblea per aumentare quello della direzione nazionale. Pronuncia parole che fanno male: «Un’assemblea che con difficoltà associa al nome di partito l’aggettivo democratico…».

Tutto il potere al "soviet"

Ma non c’è nessuno che lo sta a sentire. Prevale l’istinto di autoconservazione. Su Parisi è un diluvio di critiche. Lui sorride, si alza, passeggia nel nulla della Fiera. Il numero legale non sarà mai verificato, perché vorrebbe dire ammettere la fine del Partito democratico.

Così, dopo aver deciso che tutto il potere comunque va al "soviet" veltroniano, giudice assai parziale e autore di una speciale democrazia interna non basata sui numeri, la presidente dell’Assemblea Anna Finocchiaro mette ai voti una raffica di cambiamenti dello Statuto approvato democraticamente da tutti i delegati nella prima assemblea costituente del Pd dopo le primarie.

La passione sulla fondazione, o rifondazione, del Partito non c’è. I leader si preparano a rafforzare le proprie correnti. Massimo D’Alema neppure sale a parlare all’Assemblea e preferisce concedersi ai giornalisti. Le cose che contano, sul tema dell’educazione e dei valori, Francesco Rutelli le dice a Piùvoce, il quotidiano on-line dei cattolici che hanno fatto il Family Day.

Paola Binetti giura di non ironizzare quando definisce il discorso di Veltroni «perfino troppo ampio», al punto da aver lasciato fuori qualche «tema di rilievo come le politiche per la famiglia». Dice il deputato Giorgio Merlo: «Basta ipocrisie, la cosa migliore del Pd sono le correnti alla democristiana che gli evitano di trasformarsi nel partito del pensiero unico. Una volta si chiamavano centri studi, oggi hanno un sito web».

Alberto Bobbio

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