martedì 10 giugno 2008

Il dialogo con il governo sbanda e s’incarta Nel Pd in autogestione tutti contro Veltroni

da Il Riformista del 10 giugno 2008, pag. 3

di Stefano Cappellini


A due mesi dal responso elettorale, a quasi uno dall’incontro a tu per tua palazzo Chigi con Silvio Berlusconi, Walter Veltroni fa sempre più fatica a tenere la posizione. Vacilla il dialogo col governo. Non regge il fronte interno. Il Pd non crede più alla linea della vittoria-ombra, ammesso che ci abbia mai creduto, e si organizza in autogestione. Massimo D’Alema va avanti per la sua strada, Romano Prodi se ne va sbattendo la porta, Parisi parla di «cataclisma», Bindi di partito «balcanizzato», i rutelliani si fanno fronda sulla vicenda Pse, i teo-dem annunciano voto in libertà sui provvedimenti economici del governo e non escludono alla lunga la scissione, mentre i popolari di Franceschini e Fioroni - i veri reggenti dopo il rimpasto seguito alla sconfitta - sono a loro volta sotto botta per la questione cattolica. E il guaio di Veltroni è che dalla scommessa principale della «nuova stagione», il dialogo, non arriva un solo risultato utile a placare il malumore interno. Il problema, più che l’intermittenza del dialogo, è la sua infruttuosità fino a questo punto. E proprio la traballante interlocuzione con Berlusconi è una delle prime cause di malessere nel partito, che imputa al segretario di disperdere consensi - secondo i sondaggi in libera uscita verso l’Italia dei valori e la sinistra radicale per inseguire un’illusione.



L’ultima svolta sul tema intercettazioni dimostra quanto sia in difficoltà Veltroni. Ieri, da Berlino, il leader ha corretto il tiro spiegando che il problema è la pubblicazione, e non l’uso a fini investigativi delle intercettazioni. Il giorno prima aveva invece denunciato l’intenzione da parte del governo di imbavagliare le indagini. Un’uscita che tradiva l’irritazione per essere stato scavalcato dall’iniziativa del premier, come del resto era già accaduto per la norma salva Rete4, ma che apriva anche un problema enorme: come tornare al dialogo con un esecutivo appena accusato di intralciare scientemente la giustizia e spiegarlo al proprio elettorato? Di Pietro, che all’elettorato democrat disorientato punta esplicitamente, ha subito affondato: «dl Pd è tentennante».



Non meglio è andata finora sulla Rai, «il banco di prova del dialogo», come ebbe a dire in aula il premier ombra. La proposta di riforma della governance aziendale avanzata da Veltroni - fondazione e amministratore unico - è finita nel cassetto. Sulla presidenza della Vigilanza, più che il dialogo può il veto espresso dal Pdl sul candidato dipietrista Leoluca Orlando. E la trattativa sui nuovi vertici di viale Mazzini è appesa a incontri semiclandestini con Gianni Letta come quello della settimana scorsa alla Camera, poi scoperto, che ha costretto Veltroni a schermirsi e lo ha esposto a critiche. «Se nella stessa giornata - ragionava D’Alema con un deputato Pd - attacchi il governo su Alitalia e sul reato di immigrazione clandestina, ma poi spunta fuori che hai incontrato in segreto Letta, per tutti la notizia diventa la seconda, non la prima». Come dire: se facciamo opposizione così, è come non farla.



I piani di Veltroni si sono complicati anche sul fronte riforme. Doveva essere il federalismo fiscale la prima mossa del cavallo del Pd, con l’area dei liberal veltroniani capeggiata da Enrico Morando che puntava ad anticipare Lega e governo con una pro- posta dell’opposizione L’idea è stata stoppata e Veltroni si è riposizionato: «No al federalismo se è una secessione mascherata». Quanto alla grande riforma istituzionale, nessuno sa se più avanti Berlusconi abbia realmente voglia di sedersi al tavolo.Alla fine, in un mese di pochi alti e molti bassi, l’unico dossier bipartisan che ha superato la fase istruttoria è l’intesa Pd-Pdl per l’introduzione di una soglia di sbarramento alle europee e l’abrograzione delle preferenze, che ha peraltro esposto Veltroni all’accusa di voler esportare il Porcellum a Strasburgo.



«È un momento di grande difficoltà per il Pd», sostiene il dalemiano Nicola Latorre. E Anna Finocchiaro, riconfermata da Veltroni capogruppo al Senato sfidando il parere di molti, ammette: «Dobbiamo ancora riflettere molto sulla sconfitta elettorale». L’ex ministro Barbara Pollastrini denuncia «la selezione di classi dirigenti,nazionali e nei territori, secondo una logica di componenti e sottocomponenti legata quasi esclusivamente a vicende del passato». A difendere Veltroni resta Franco Marini, che ha di fatto replicato al titolo dell’editoriale del Riformista di ieri («Il Pd è così liquido che Berlusconi se lo beve»): «Io - dice Marini - questa enorme difficoltà con l’onorevole Berlusconi che si sarebbe bevuto come un bicchierino di rosolio il Pd, non la vedo». Naturalmente, anche i più critici continuano a sostenere che la leadership non è in discussione. Le voci di congresso si scontrano con l’idea ormai affermatasi che la resa dei conti - e la tomba del dialogo - saranno le elezioni europee del 2009. E se i sondaggi di questi giorni sono giusti, ovvero nettamente sotto il 30 per cento, è difficile prevedere se ne uscirà peggio la leadership di Veltroni o l’intero progetto del Pd.

Nessun commento:

Posta un commento