da Il Riformista del 23 aprile 2008, pag. 1
di Alberto Mingardi
La scarsa capacità dell’Italia di attrarre investimenti diretti esteri non è una novità - ma la vicenda Alitalia/Air France dimostra quanto siamo determinati a interpretare questo fatto come un destino. Ora che i francesi hanno lasciato il campo, la nostra compagnia di bandiera è più a rischio che mai. Il prestito-ponte servirà solo a tenere in caldo il dossier per il nuovo governo. Che avendo spergiurato di voler essere lui nella posizione di decidere, dovrà farlo.
Una volta di più, ce l’abbiamo messa tutta per far capire al mondo le difficoltà di fare affari in Italia. La politica è un crocevia obbligato. L’esecutivo uscente ha tutto il diritto di biasimare le «dichiarazioni irresponsabili» della ex opposizione: ma si farebbe fin troppo in fretta a ricordare i casi Autostrade-Abertis e Telecom-AT&T. Entrambe le volte Prodi era riuscito in qualcosa di più grave che non cedere un asset pubblico a un compratore sgradito: aveva reso impossibile ai loro proprietari di disporre liberamente di due realtà ormai privatizzate. L’immagine dell’Italia ne è uscita come sappiamo.
Il 19 dicembre 2005 sembra lontano un secolo. Quel giorno, Antonio Fazio dava le dimissioni, per aver recitato fino in fondo il canovaccio del colbertismo. Fazio non si era comportato in modo tanto diverso da quei "privatizzatoci" che avevano messo il veto sul passaggio di imprese ex pubbliche in mani straniere. Anziché andare a cercare l’interesse e le capacità imprenditoriali dove c’erano, quante volte si è gattopardescamente cambiata la proprietà, solo a condizione che non cambiasse il controllo, cioè che la politica potesse comunque dire la sua?
È questa la partita che si gioca su Alitalia, o il fallimento del tavolo coi francesi è solo la conseguenza di un bluff elettorale preso troppo sul serio?
Certo è che la soluzione nell’aria per l’immediato dopodomani sa molto di deja-vù. Intesa San Paolo dice di non aver il dossier sul tavolo. Eppure, da più parti (anche dalle parti di Rutelli, che paragona esplicitamente l’aviolinea a una Fiat romana), si comincia a montare la panna per un intervento delle banche. Continuiamo a trovare normale che gli istituti di credito debbano attivarsi giocando un ruolo fra il pubblico e il caritatevole. Il fazismo magari non è più la regola "nelle banche" ma resta il tema dominante del rapporto della politica "con le banche".
Per carità, ha ragione Massimo Mucchetti: il «patriottismo economico», cioè la preservazione dei conflitti d’interesse sotto il manto del bene comune, è stato una costante anche della stagione delle privatizzazioni. La cultura economica dei partiti maggiori non lascia immaginare una sua archiviazione a breve.
Però almeno il caso Alitalia una cosa ce la insegna. Che cioè oggi l’interesse del contribuente e del consumatore è più che mai garantito non dal governo, ma dal mercato. Il mercato protegge i consumatori perché ha reso Alitalia un falso problema. Esiste un solido e radicato pluralismo dell’offerta e una chiara propensione da parte degli italiani che viaggiano a comprare il biglietto più conveniente e appropriato indipendentemente dalla nazionalità di chi glielo fornisce. L’intensa concorrenza delle compagnie low cost ha spalancato nuove opportunità, l’interesse delle grandi internazionali per il bacino d’utenza rappresentato dagli italiani suggerisce che, se pure Alitalia chiudesse da mane a sera, non resteremmo isolati. Ci sarebbe qualcun altro a portarci a Roma, a Milano, a New York, a Parigi, a Shangai. Infatti, c’è già.
Il mercato garantisce l’interesse del contribuente perché persino in Italia il potere discrezionale di cui gode quella parte del mondo finanziario che è contigua alla politica resta limitato. La stessa Intesa mette le mani avanti ponendo la pregiudiziale di un piano di rilancio «di respiro internazionale». Ci sono le relazioni, e contano. Ma ci sono anche gli azionisti. Il fondo Algebris di Davide Serra ha suonato la sveglia alcuni mesi fa, contestando la governance delle Generali. Che Serra abbia torto o ragione, gli investitori vedono problemi e valori, e agiscono sulla base di queste loro valutazioni. Siamo sempre al vecchio Adam Smith. Non saranno le buone intenzioni della politica a risparmiare a noi contribuenti un ulteriore salasso pro-Alitalia. Sarà la scarsa propensione dei privati a prestarsi a tentativi abborracciati. È lo stesso "self interest" che tiene gli investitori esteri lontani da un Paese dove ben che vada si finisce presi in giro o ricattati.
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