domenica 27 aprile 2008

Quattro scelte obbligate per cambiare la burocrazia

da Il Messaggero del 24 aprile 2008, pag. 1

di Andrea Monorchio e Luigi Tivelli


Uno dei temi cruciali che il nuovo Governo dovrà affrontare con tempestività è la questione amministrativa che, come una grossa palla al piede, impedisce all’Italia di rialzarsi.
Più o meno ogni settimana si sfornano, o in sede di Unione Europea o da parte di organizzazioni imprenditoriali italiane (e non) dati su quanto la pressione burocratica incide sul Pil e sui punti di Pil che si potrebbero recuperare tramite serie e solide azioni di semplificazione normativa e forte snellimento burocratico.
Si tratta di stime un po’ ballerine, in qualche caso definite per via “nasometrica”, ma non si può negare che tali azioni costituirebbero un utile e opportuno impulso ad incrementi significativi del Pil, per “liberare la crescita”, mutuando la formula dall’ormai citatissimo “rapporto Attali”.
Per tentare di offrire un piccolo contributo ad un progetto seriamente riformatore ci avvaliamo di una figura geometrica: un quadrilatero virtuoso che tenta di racchiudere quattro angoli cruciali per reinventare l’Amministrazione (la parola è mutuata dal reinventing government, un piano di profonda riforma dell’Amministrazione Usa attuato con successo negli anni scorsi da Bill Clinton e Al Gore), di per sé tali da configurare anche un nuovo rapporto tra cittadini, operatori e P.A.
Il primo lato del quadrilatero prende il nome di deregolamentazione (non basterebbe infatti la sola delegificazione).
Va riconosciuto che si tratta di un processo per certi versi in fieri, teso ad aggredire i fenomeni dell’inflazione legislativa e dell’inquinamento normativo, che pesano significativamente sui rapporti civili, economici e sociali del Paese.
Anche per rispondere ai diffusi fenomeni di incertezza del diritto (e dei diritti) sarebbe pertanto necessario che il nuovo Governo accelerasse le iniziative già impostate, anche attraverso ulteriori codici di settore, già meritoriamente avviati, soprattutto a partire dal 2002. Recentemente si è concluso il lavoro di una Commissione governativa presieduta dal Consigliere di Stato Alessandro Pajno. Il rapporto conclusivo presentato al Parlamento (Relazione concernente la ricognizione della legislazione vigente), evidenzia una diagnosi significativa sulla legislazione vigente.
Fra l’altro, per la prima volta, viene ufficialmente censito il numero di leggi vigenti a livello nazionale: 21.691 atti di rango legislativo in senso stretto, più del triplo delle leggi vigenti in Germania e in Francia.
Su questa mole normativa dovrebbe incidere la coraggiosa “norma taglialeggi” varata nel 2005 dal Governo Berlusconi.
Un tema di cui si è parlato anche nel corso della campagna elettorale.
Tante sarebbero le osservazioni ulteriori da svolgere in questa materia, a cominciare dall’esigenza di incidere anche sulle decine di migliaia di atti di rango secondario, regolamentari per giungere ad una vera deregolamentazione, ma per questa volta le risparmiamo ai lettori.
Il secondo lato del quadrilatero virtuoso è quello della semplificazione amministrativa, essenziale per ridurre la pressione burocratica che si estrinseca in gravi sottrazioni di tempo e rilevanti aumenti dei costi per i cittadini e soprattutto per le imprese.
È vero che negli ultimi anni si sono fatti passi avanti in questa materia, ma sono necessari ulteriori, tempestivi interventi, a cominciare da un profondo piano di digitalizzazione della P.A.
È vero che, specie a partire dal 2001, ma anche con qualche iniziativa precedente, sono state varate iniziative di e-government, operando soprattutto tramite una serie di best practices ai vari livelli amministrativi, ma si tratta di una strada su cui occorrerebbe procedere in termini accelerati.
Un fortunato slogan in tema di governo elettronico era quello di passare dalle code al click, cioè consentire l’accesso diretto ai servizi amministrativi (“pigiando un bottone”) senza rimanere in fila, con i connessi forti risparmi di spese, ma anche con quella connessa trasparenza amministrativa che precluderebbe il sistema dei favori, dalla raccomandazione fino alla tangente.
Ma purtroppo le “code” sono ancora numerose e i click pochi.
Il terzo lato si chiama liberalizzazione, nel senso più largo del termine, dei troppi settori pubblici (ma non solo pubblici) protetti, essenziale per eliminare le pesanti barriere e bardature che pesano sulla vita economica e sociale e per “liberare la crescita”.
Si tratta di un processo solo in piccola parte avviato, che sconta forti ritardi e condiziona la competitività del sistema-Paese, per la quale non a caso ci collochiamo oltre il trentesimo posto nelle varie classifiche internazionali, soprattutto per fattori che attengono al funzionamento del settore pubblico.
Il quarto lato, ultimo ma non meno importante, si chiama principio di sussidiarietà, che dovrebbe essere l’altra faccia del federalismo, ma che quasi sempre è più declamato che attuato e praticato.
È giusto, infatti, valorizzare sempre più il ruolo degli Enti territoriali più vicini ai cittadini, ma ancora più giusto è mantenere nelle competenze dei pubblici poteri solo le funzioni che i soggetti privati o associativi non possono svolgere con maggiore efficacia ed efficienza rispetto agli stessi pubblici poteri. Del resto, come è noto, si tratta del principio su cui si fonda la Costruzione europea.
Questo quadrilatero risanatore rappresenta per qualche verso linee di tendenza in atto, ma esige ora un forte impulso riformatore e soprattutto la concreta attuazione per attraversare quel guado difficile e complesso in cui spesso si sono incagliate le politiche pubbliche.

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