da Il Messaggero del 7 aprile 2008, pag. 1
di Paolo Pombeni
C’è una questione che affatica un po’ tutti i sistemi politici dell’Europa Occidentale: come sia possibile mantenere una democrazia sociale senza cadere negli schemi classici di una socialdemocrazia che ha ormai fatto il suo tempo.
La questione non è puramente “teorica”. Le democrazie europee hanno ancora bisogno di una dimensione sociale, anzi, oggi, in presenza di una crisi economica e di un cambiamento rilevante nei nostri parametri economici e civili, più di quanto non accadesse qualche decennio fa. Si dubita però ormai che la soluzione possa venire da un maggiore coinvolgimento della mano pubblica, cioè dello Stato, che dovrebbe essere in grado di fronteggiare gli squilibri sociali attraverso suoi interventi.
C’è ancora chi punta tutto sulla sola dimensione del mercato, che sarebbe capace di autoregolarsi, ma alla fin fine si tratta di un numero ristretto di dottrinari. Non che il mercato non funzioni, ma ha i suoi tempi, che spesso non collimano con le esigenze di soluzione rapida di disfunzioni e di tensioni sociali.
In Italia il dibattito è meno presente a livello di opinione pubblica, ma in altri contesti è piuttosto vivace. In Germania, di fronte alla crisi di consenso della SPD ed alla sfida dell’estrema sinistra, ci si interroga su cosa possa volere dire la famosa “economia sociale di mercato” all’inizio del XXI secolo. Tuttavia è in Gran Bretagna che il dibattito fra gli intellettuali della sinistra è più vivo.
Uno dei più apprezzati fra questi, Andrew Gamble, che è professore a Cambridge, scrive ormai da qualche tempo che per la sua parte c’è più da imparare da un pensatore liberale come Friedrich Hayeck, che da molte tradizionali fonti del socialismo. Il suo obiettivo polemico è naturalmente il “socialismo di stato” che si è rivelato incapace di affrontare sino in fondo i nodi problematici della congiuntura attuale. Un altro dei guru della sinistra britannica, David Marquand, già Master del Mansfield College di Oxford, ha pubblicato nel 2004 un libro sul declino del concetto di pubblico, mettendo anch’egli in discussione la centralità della sfera “statale” per le riforme sociali.
Sono indizi di un dibattito importante, che peraltro potremmo trovare anche in qualche piega dei discorsi che infiammano la attuale campagna presidenziale americana. La questione se l’intervento pubblico sia la risposta alle difficoltà che si incontrano sul piano economico e sociale, o se esso non sia alla fine la fonte di ulteriori distorsioni, è più che mai viva. In sostanza ci si chiede se la “mano pubblica” che dovrebbe calmierare le tensioni, non finisca invece spesso per produrre meccanismi di spesa aggiuntiva per mantenere i suoi strumenti di intervento, lasciando poi molto poco a disposizione per quello che si potrebbe definire il “calmiere sociale”.
Non si tratta poi di un problema che ha solo dimensioni “nazionali”. La stessa Unione Europea, che della politica dei fondi di investimento e di sostegno della sfera sociale aveva fatto una bandiera di successo, è oggi in crisi proprio su questo punto. Da un lato infatti quella politica di interventi nell’agricoltura che ha consentito che si realizzasse senza troppi traumi uno dei più grandi trasferimenti di peso dall’economia agricola a quella di altri settori, lasciando però lo sviluppo di una agricoltura competitiva, è diventata oggi una palla al piede che produce assistenzialismo e impedisce investimenti in settori più rilevanti sul piano sociale.
Dal lato opposto i nuovi paesi aderenti non vogliono rinunciare al banchetto dei sussidi comunitari, che è stato in fondo uno degli incentivi all’adesione.
Sono solo alcuni esempi di un dibattito che è assai più importante di quel che non appaia. In una situazione come la attuale, che vede in campo meccanismi che producono squilibri e situazioni di indubbia crisi sociale (si pensi anche solo alla contrazione del potere di acquisto di salari), c’è un certo bisogno di meccanismi di intervento. È altrettanto vero che questi non possono essere né il vecchio assistenzialismo, perché non ci sono più le condizioni di grande benessere, né l’altrettanto vecchio dirigismo statale che ha mostrato tutti i suoi limiti.
L’invenzione di nuovi parametri e di una nuova cultura per la democrazia sociale è una esigenza fondamentale in tutti i Paesi occidentali, al di là delle etichette e del colore politico che si voglia dar loro.
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