Massimiliano BOROTTI
Segretario Provinciale UIL
13/3/08
Tra circa un mese l’Italia avrà un nuovo Parlamento. Al momento tutti si chiedono se avrà veramente anche un nuovo governo, nel senso di un governo che possa governare realmente questo paese. Pochi si chiedono, invece, che governo sarà. Sembra infatti che nel nome della governabilità e del dibattito sulla mancata riforma della legge elettorale, stia passando in secondo piano la questione fondamentale in democrazia. Mi riferisco in particolare a scelte relative al modello di società che vogliamo disegnare per il futuro di questo paese. Da tempo è venuto meno questo dibattito, fondamentale, nella politica italiana ed in particolare nell’area riformista. Tutti si dicono riformisti, anche perché le riforme degli ultimi anni sono state a senso unico, riforme orientate al mercato nella concezione neoliberista che, nei fatti, non ha rivali ideologici. Queste riforme, con le evidenti e dovute differenze, sono comunque orientate alla riduzione dei diritti del lavoro in nome dell’efficienza e della produttività. A riforme effettivamente necessarie si è spesso aggiunta una addizionale intransigenza ideologica che ha comportato, in Italia meno che altrove, una comunque ridotta considerazione del lavoro nei confronti del capitale. La congiuntura economica ha poi aggravato, in termini di potere d’acquisto, la situazione complessiva del mondo del lavoro italiano. Un mondo del lavoro che si può definire “sotto attacco” senza esagerare. L’impennata drammatica del numero degli incidenti mortali sul lavoro dimostra, infatti, come sia complessiva e generalizzata la riduzione dei diritti del lavoro. Sia per motivi economici (risparmio sui costi della sicurezza) sia per motivi ideologici (disinteresse verso la “risorsa umana”) si è generato un sistema di lavoro non adeguato a garantire sicurezza. È un dato di fatto innegabile. Tanto quanto la caduta del potere d’acquisto di salari e pensioni.
Come si rapporta, allora, il mondo del lavoro con queste elezioni politiche? Credo che al di la delle valutazioni soggettive legittimamente esternate nel voto, il problema si pone complessivamente su quale rappresentanza effettivamente è espressione dell’intero mondo del lavoro. Ciò perché non riesce a emergere uno schieramento che si richiami concretamente ai valori del riformismo. Una forza che sappia, in altre parole, disegnare uno scenario diverso per la nostra società. I lavoratori italiani sentono che stanno per consegnare ai loro figli un paese peggiore rispetto a quello che gli hanno consegnato i loro padri e in cui hanno vissuto la loro esperienza di vita. Un paese emerso dalla rovina della seconda guerra mondiale, che seppe crescere e svilupparsi secondo un preciso modello di società che, poi, sulla base di ovvi motivi storici è stato superato ma che non andava assolutamente rinnegato, bensì riformato. L’equivoco storico (e politico) del nostro paese è proprio questo. È un equivoco che condividiamo con molti partner europei, ma vale la pena ribadirlo. La riforma dello Stato sociale era ed è qualcosa di necessario, ma non doveva e non deve significare lo smantellamento di un sistema di protezione sociale che ha garantito, attraverso la scuola pubblica, la sanità pubblica, l’assistenza e la previdenza sociale pari opportunità e sviluppo democratico. Tanto per citare un esempio che può apparire scontato, vetusto e banale basterebbe ricordare che senza la nazionalizzazione dell’energia elettrica ancora oggi probabilmente, in virtù delle logiche di mercato e del profitto, alcune zone del paese avrebbero difficoltà ad avere l’allaccio alle rete elettrica nazionale.
In realtà una ideologia neoliberista dominante ha imposto (e vuole imporre) riforme a senso unico e, in definitiva, non democratiche. C’è infatti un concreto rischio di involuzione democratica dietro questo processo che punta a dare al mercato il solo compito di regolare la società. Un mercato senza regole, dove vince quindi sempre il più forte e dove il mondo del lavoro è destinato a recitare una sola parte, quella dello sconfitto. Si tratta infatti di una riedizione della lotta di classe, ma portata avanti da una classe diversa da quella immaginata per un secolo! Il riformismo, invece, supera la lotta di classe nell’ottica di riforma volte a garantire l’acquisizione di diritti del lavoro senza ricorrere a episodi violenti. Ormai il riformismo è invece interpretato come un sinonimo di cambiamento, genericamente, anzi a dire il vero prevalentemente in senso opposto all’acquisizione dei diritti del lavoro. Il deficit democratico di questo processo risiede nel fatto che queste scelte sono per lo più imposte da tecnici che non rispondono agli elettori e che riconoscono esclusivamente agli interlocutori economici il diritto di dare la loro opinione. Al di là della demagogia, conta infatti alla stessa maniera l’opinione del sindacato e quella di altri attori sociali? Basta seguire i telegiornali per darsi una risposta sincera… Ed è questo il modello di società che la politica italiana, nella stragrande maggioranza, ha fatto proprio. Un modello escludente, dove i diritti sono ridotti e la concorrenza è a senso unico. Il mondo del lavoro dovrebbe invece trovare un soggetto che lo rappresenti, che contrasti questa logica imperante. Il mondo del lavoro avverte la necessità di riacquisire diritti. I giovani non possono essere precari a vita. La flessibilità deve avere un costo preciso, corrispondente alle necessità per cui viene utilizzata. Il sistema pubblico deve essere in grado di poter competere con quello privato, al fine di garantire ancora una volta a tutti i cittadini pari opportunità. Il mercato deve essere regolato, non può essere selvaggio. Le regole devono essere moderne ma devono esistere. I cittadini hanno bisogno di sicurezza, sul lavoro e nelle città. La salute sul lavoro è insieme a quella salariale la vera emergenza nazionale. Esiste poi anche una questione sicurezza legata alla criminalità. Una questione diversa ma altrettanto importante. Una questione spesso legata, impropriamente, alla questione immigrazione. Il mondo del lavoro vorrebbe un soggetto politico che concretamente attuasse misure atte a risolvere questi problemi quotidiani. Oggi, invece, tutti parlano di aumentare i salari e tagliare le tasse, ma come non sospettare di trovarci di fronte alle solite promesse preelettorali? Se si tagliano le tasse (magari senza implementare la lotta all’evasione fiscale) quali servizi pubblici si pensa di sopprimere? Il tema sarebbe sempre lo stesso: quale modello di società vogliamo? Il problema è che nessuno si pone questo quesito. Ormai l’Italia vive nella consapevolezza del declino e nell’aspettativa di una recessione imminente in arrivo dagli USA. In questo contesto di impotenza mondiale i nostri politici brillano per mancanza di idee strategiche. Il fatto sconcertante è che un’area veramente riformista, invece, in questi momenti dovrebbe ritrovare tutto lo slancio per prospettare alternative di sviluppo coerenti con la propria tradizione. Invece sembra prevalere l’allineamento su tesi già note e descritte, sintomo di stanchezza e di mancanza di idee. Si profila una campagna elettorale incentrata sul breve periodo, una campagna elettorale alla fine ripetitiva di slogan e pragmatismo. Proprio ciò che non serve all’Italia. Il mondo del lavoro, il sindacato confederale, ha rilanciato proprio per questo motivo la mobilitazione sui salari, sulle pensioni, sul sistema Italia. Uno stimolo per tutti e in particolare per chi aspira a rappresentare gli interessi del mondo del lavoro. L’iniziativa del Sindacato Confederale del 15 febbraio per la raccolta di un milione di firme significa proprio questo. A una classe politica distratta e disorientata i lavoratori italiani dicono che è giunto il momento di cambiare rotta. I lavoratori italiani vogliono una società più giusta per i loro figli e per realizzarla è necessario un cambiamento culturale che ponga termine alle logiche degli ultimi anni e restituisca valore alla democrazia, rilanciando innanzitutto la partecipazione e il coinvolgimento che sono spariti sacrificati sull’altare della politica spettacolo, da un lato, e dell’alibi europeo dall’altro. Il mondo del lavoro deve tornare ad essere protagonista della politica italiana, riappropriandosi di quegli spazi sottrattigli dai media e dai tecnici di Bruxelles.
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