martedì 18 marzo 2008

Il mondo del lavoro si difende con politiche liberiste e con un nuovo Welfare

In risposta all'intervento di Massimiliano Borotti

Politiche per la competizione e politiche per la coesione non sono necessariamente in conflitto

Carlo Annoni
Liberale aderente al PD

Faccio 2 brevi premesse per inquadrare il mio intervento.
La prima premessa concerne la stima verso Borotti, che reputo uno dei sindacalisti piu' intelligenti e preparati ora operanti a Piacenza, e che conferma la mia stima anche con questo intervento che ha il pregio di portare il dibattito elettorale sulle cose che veramente contano.
La seconda premessa, è che anche io, come Borotti, condivido l'idea che i lavoratori italiani debbano migliorare le proprie condizioni economiche e che debbano godere di sicurezza verso il futuro.

Fatte queste premesse spiegherò su cosa non sia d'accordo e perchè, generalizzando forse in modo improprio le posizioni nazionali dei sindacati italiani.
Come dicevo in premessa anche io riconosco che una parte dei lavoratori italiani si senta insicura e che questo è un problema vero e non presunto. Aggiungerei anche che una parte ancora maggiore di aspiranti lavoratori o lavoratori nascosti o "anomali" è ancora piu' insicura e che questo sia un problema ancora maggiore.

Ma come dare sicurezza? Imponendo alle imprese di farsi carico di questa sicurezza? Certamente per quanto riguarda l'incolumità dei lavoratori, ma anche qui con un approccio pragmatico e scalabile, perchè ad oggi la sicurezza del lavoro all'italiana ha portato tanti costi alle imprese ma risultati non brillanti per i lavoratori. Ma assolutamente no per quanto riguarda la sicurezza economica dei lavoratori. le imprese non hanno per se la sicurezza economica sul futuro, come possono quindi garantirla ai propri dipendenti? Tenendo i "disoccupati in fabbrica"? Questo modello, il cui apice era raggiunto in URSS, non è sostenibile, non lo è mai stato e lo è ancora meno oggi con la competizione economica che viviamo.
Imporre alle aziende di tenersi in casa i lavoratori anche quando cessa la loro utilità (vuoi per motivi soggettivi - i fannulloni - vuoi per motivi oggettivi - riorganizzazione del lavoro o problemi economici dell'impresa -) si porta dietro:

* la necessità di sussidiare poi le imprese (magari non tutte meglio solo "qualcuna" - vedi Fiat fino a pochi anni fa)
* il disincentivo per le aziende basate in Italia ad assumere, in modo corretto, nuovo personale
* il disincentivo per i capitali internazionali ad investire in Italia
* il disincentivo ai lavoratori per mantenersi costantemente aggiornati e pronti al cambiamento.


Si tratta quindi di una sicurezza abbastanza falsa e per pochi destinati nel tempo a ridursi sempre piu' vuoi per mancato sviluppo dell'economia, vuoi perchè le aziende non sono fesse e qualche sistema per evitare i danni alla fine lo trovano. Non per niente vediamo che esistono oggi lavoratori di serie A, B, C e anche D. Con una stratificazione che ormai tende a ricordare il sistema indiano delle caste.
Se non è il vecchio sistema dei diritti del lavoro, condensato nel vetusto statuto dei lavoratori, ad assicurare le regole per dare sicurezza, ricchezza e prospettive ai lavoratori, quale può essere l'alternativa al "liberismo selvaggio"?
Questa dovrebbe essere la domanda su cui, e qui ha ragione pienamente Borotti, si dovrebbe riflettere in questa campagna elettorale.

A mio parere il miglioramento delle prospettive future e delle condizioni dei lavoratori (nella piu' ampia eccezione del termine) richiede il percorrere a fondo, pragmaticamente e mai ideologicamente, la via liberista in economia, assegnando alle imprese la missione di fare business, di essere competitive, e togliendo loro quella di fare assistenza sociale.
L'assistenza sociale va portata allo Stato, che con troppa facilità scarica propri compiti su soggetti impropri.
Il pensiero liberale (che solo in Italia viene scisso in liberalismo e liberismo) non ha mai negato il ruolo dello Stato. Faccio anzi presente che lo stato sociale moderno nasce proprio con le riforme di primi ministri liberali in Gran Bretagna.
Si tratta semplicemente (a parole, ovviamente) di ridefinire le mission degli attori sociali, focalizzando ciascuno sulla mission che gli è propria.
Il modello di sicurezza sociale danese, in cui la flessibilità si coniuga con la sicurezza dei lavoratori-cittadini, è un modello che funziona perchè assegna a ciascuno il giusto ruolo, anzi la giusta missione e responsabilità.
Alle imprese quella di produrre ricchezza, allo Stato quello di garantire le condizioni perchè i cittadini possano sempre ripartire alla fine di un ciclo di lavoro, ed ai lavoratori la responsabilità di operare al meglio, di saper imparare e adattarsi a un futuro che nessuno conosce con esattezza.
E' chiaro che in questa prospettiva cambia profondamente non tanto il ruolo, quanto l'interpretazione dello stesso che le organizzazione dei lavoratori, potranno e dovranno avere.
Non piu' difensori in trincea di un modello di diritti del lavoro inapplicabile, ma co-progettisti e proponenti di un nuovo modello di stato sociale che, come conseguenza non banale, avrebbe finalmente la capacità di dare sicurezza non solo ai lavoratori di serie A (i pubblici), un pò a quelli di serie B (i privati delle grandi imprese), ma anche a tutti gli altri.

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