giovedì 14 febbraio 2008

Dal «first strike» al direttorio, ecco la Nato che verrà

da Il Riformista del 14 febbraio 2008, pag. 4

di Giampiero Giacomello




Sembra paradossale, ma la Nato era forse meno in pericolo quando si trattava di fron­teggiare l'Armata Rossa di quanto non lo sia oggi, a 18 anni dalla fine della guerra fredda. La Nato si è ritrovata a fare da spettatore nel­la Guerra del Golfo del 1991, da attore non protagonista in Bosnia e infine, solo nel 1999. da protagonista in Kosovo. Sembrava che l'u­so della forza aerea per interventi umanitari fosse la nuova missione del futuro, un ruolo che premiava la superiorità tecnologica dell'Alleanza, dandole una nuova identità senza rischiare la vita dei suoi soldati, figli di società ormai «post-eroiche». secondo la definizione di Luttwak. L’11 settembre e il rifiuto america­no di attivare la clausola di difesa collettiva hanno costretto l'Alleanza ad una nuova au­to-analisi con effetti imprevedibili.



Contrariamente a quanto ci si sarebbe po­tuto aspettare, dopo il settembre 2001.il ruolo della Nato è stato decisamente marginale. Al­cuni alleati, scelti su base individuale hanno partecipato alla «marcia trionfale» in Iraq, mentre in Afghanistan la Nato si è presentata come una sorta di Onu armata, con il nation-building come obiettivo principale. Mentre gli americani, aldilà della presenza simbolica nel contingente Nato, preferivano proseguire la caccia ai terroristi alle loro condizioni.



Di fronte ad un simile scenario, la mag­gior paile dei paesi Nato, ovvero quelli euro­pei, hanno fatto buon viso a cattivo gioco, im­pegnandosi in una riforma molto limitata del­le proprie forze armate, aumentando il nume­ro di commando e forze speciali e riducendo in parte le forze corazzate pesanti. Pur au­mentando l'impegno sul fronte della lotta al terrorismo, non c'era alcuna ragione pressan­te per buttare all'aria ]a struttura organizzati­va e burocratica delle forze armate nazionali, ancora pensate per combattere le divisioni corazzate russe in Europa piuttosto che i talebani. La vera trasformazione della Nato era rinviata a data da destinarsi e molti leader po­litici e amministratori pubblici ne erano assai contenti poiché potevano dirottare su altri settori risorse che altrimenti sarebbero state investite nella difesa.



Le condizioni sono lentamente mutate e l'Alleanza e i paesi membri si sono trovati in una situazione ben diversa da quella del 2001. Anzitutto, gli americani, che per lungo tempo avevano considerato l'Afghanistan come una missione compiuta, si sono accorti che così non era, anzi. Gli europei, arrivati in Afghani­stan convinti di trovarsi in un'altra Bosnia si sono trovati in un'insurrezione seria quanto quella in Iraq. D vecchio difetto del burden skating che affliggeva la Nato durante la guer­ra fredda, ovvero il fatto che mentre alcuni membri sostenessero costi più alti, rutta la col­lettività ne traeva vantaggio, si è ripresentato sotto spoglie diverse, ovvero il rischio di una «Nato a due livelli», come riassunto dal Segre­tario alla Difesa Usa Gates.



La guerra afghana è stato definita «la prima guerra terrestre» della Nato, per enfa­tizzare la diversità dell'impegno rispetto alla guerra aerea del Kosovo. E le differenze si sentono. Mentre in Kosovo, ufficialmente, la Nato perse due piloti (di elicottero), in Af­ghanistan, l'Alleanza ha un tasso di perdite di cinque effettivi la settimana, grossomodo equivalente a quello dei sovietici. Tali perdi­te sono però sostenute dagli Stati Uniti (14mila effettivi in Isaf). Regno Unito (7700).Canada (2500) e Olanda (2300). Ger­mania, Italia, Francia e Spagna, pur avendo a loro volta subito perdite, presidiano aree me­no rischiose e hanno imposto draconiani li­miti all'impiego dei loro militari. È quindi comprensibile che il risentimento cresca e che la situazione resti inalterata ancora a lungo.



Anche per cercare scongiurare devastanti ripercussioni strutturali (la fine dell'Alleanza), un gruppo di alti ufficiali in pensione (da Stati Uniti. Regno Unito. Francia, Germania e Olanda) ha pubblicato il «Manifesto per una nuova Nato» che ha suscitato quasi ovunque forti reazioni, tranne in Italia dove la notizia è stata a malapena riportata.



Il Manifesto propone di (1) passare dall'u­nanimità del processo decisionale al voto di maggioranza. (2) di eliminare i limiti (caveat) nelle operazioni militari. (3) escludere dal processo decisionale quei membri dell'Alleanza che non partecipano alle operazioni, (4) la possibilità di ricorrere alla forza senza dover attendere l'eventuale autorizzazione Onu. (5) la formazione di un «direttorio» di funzionali da Stati Uniti, Unione Europea e Nato e infi­ne (6) la possibilità di un uso preventivo (first strike) delle armi nucleari. Tali riforme sareb­bero rivoluzionarie per un'Alleanza abituata al consenso di tutti i suoi 26 membri e a muo­versi con estrema cautela.



La proposta di un impiego preventivo di armi nucleari è stata quella che ha suscitato, prevedibilmente, le maggiori reazioni. Servi­rebbe come deterrente nei confronti di poten­ziali minacce con armi nucleari o biologiche. La Nato così potrebbe ridurre drasticamente le sue forze pesanti, come suggeriscono nume­rosi esperti militari, incrementando le forze speciali e di fanteria leggera (aviazione e ma­rina cambierebbero meno drasticamente). In questo modo, l'Alleanza sarebbe in condizio­ni migliori per operazioni anti-terrorismo, counter insurgency e peace keeping, Nulla di nuovo: un first strike è quello che la Nato avrebbe realmente fatto per fermare l'Arma­ta Rossa sulle pianure dell'Europa centrale. Perché allora tanta sorpresa?


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