venerdì 18 gennaio 2008

Come avvenne nel '92 la Casa Bianca si gioca sull'economia

da La Repubblica del 17 gennaio 2008, pag. 16

di Vittorio Zucconi



Come il prodigio di vittoria apparso a Costantino, così un segnale lampeggia in queste ore davanti agli occhi dei candidati alla successione di Bush:«It's the economy, stupid». Non l'Iraq, Osama Bin Laden, la guer­ra di civiltà, i valori, i gay, la fede, l'aborto, la si­curezza urbana, la famigliola nucleare e tutto l'armamentario buonista e devoto usato da George W. Bush nel 2004, ma la crisi economi­ca che avanza al galoppo nelle case, nei por­tafogli, in borsa, nelle banche, alla pompa di benzina, nei supermarket, è la rivelazione che sta impadronendosi della gara per conquista­re il trono della nuova Roma Quella famosa scritta campeggiava a lettere gigantesche nel quartier generale della campagna di Bill Clinton a Little Rock in Arkansas nel 1992, per ri­cordare al candidato un po' verboso e farfallo­ne che in momenti di guai finanziari, il fascino, il carisma, i mantra, sono una bella cosa ma al­la fine la maggioranza dei cittadini vota, se­condo la famosa formula gollista, con la mano sul portafoglio. «Dio ti salva l'anima, ma non ti salva dal pignoramento» ripete James Carville, il consigliere occulto della Clinton, e colui che lanciò quel segnale: «Se non hai i soldi per il mutuo, dei gay non ti importa più niente».



L'irrompere del declino economico ameri­cano che le ultime rilevazioni uscite ieri dise­gnano con contorni angosciosi tra la massima inflazione registrata dal 1990 (+4,1% base an­nua), auspicio della temutissima «stagnazio­ne», crescita dei prezzi senza crescita dell'eco­nomia, la produzione industriale ferma da tre mesi e i salari reali che addirittura diminuisco­no (meno 0,9% nel2007), stanno stravolgendo il panorama. Invano gli economisti come Robert Samuelson avvertono sul Washington Post che gli interventi del governo sono soltanto «lollipop», lecca-lecca per tenere buono il bambino che piange senza curare il malanno.



Tutti ormai devono presentare all'America miracolosi "pacchetti" di iniziative per sti­molare il cavallo dell'economia troppo debo­le per accettare nuove riduzioni fiscali, dal Parlamento democratico che offre 100 mi­liardi di finanziamenti alla stessa ammini­strazione Bush, che, dopo averci garantito che l'economia era in ottima salute offre 75 miliardi in ricostituenti e aspirine. Natural­mente, anche i candidati di testa, nel duello a due democratico fra Clinton e Obama come nella mischia caotica dei repubblicani, han­no sfornato "pacchetti" congiunturali per co­gliere il vento del malessere economico.



Il bisogno crescente di trovare un ammini­stratore che rimedi alla eredità di Bush è oggi l'elemento dominante della campagna, dico­no gli elettori. Questo spiega perché il grande favorito di ieri, Rudy Giuliani, che aveva pun­tato tutto su un numero, il 9/11, sia sprofon­dato nei voti veri e appaia aggrappato alla zat­tera di una possibile rimonta nelle primarie della Florida, la sua ultima spiaggia. Mentre ri­sale, con la prima vittoria autentica nello stato più massacrato dalla delocalizzazione indu­striale, il Michigan, l'ex governatore del Massachusetts, il mormone Mitt Romney. Questo Romney, tollerante di aborti e unioni gay per vincere nello stato più liberai d'America, poi incoerente e voltagabbana, è tuttavia l'unico, nella Right Nation, nell'America di destra, che abbia credenziali di manager. Nessuno è in­namorato diluì, mal'ipotesi di un matrimonio di interessi diviene accettabile, quando sono in ballo gli interessi.

Il cedimento dell'economia, dove ogni giorno superbanche come la Citigroup annuncia­no perdite di 10 miliardi di dollari al trimestre e devono invocare despoti arabi (ad esportare la democrazia ci si penserà un'altra volta, ora servono i soldi) e il mercato immobiliare che tracolla, favoriscono sull'altro fronte la senatrice Clinton sopra il suo amabile ma inesper­to avversario afro-americano.



Hillary, come Romney, non è simpatica. La sua supponenza di «regina reggente», il di­sprezzo verso quel Barack trattato da spaccia­tore di «favolette» (parole di Bill Clinton) indi­spongono anche molte donne, il suo elettora­to naturale.



Ma il pensiero di affrontare il buio di una cri­si avendo al timone un giovane senatore sen­za alcuna esperienza reale di governo, non gioca a favore del pur popolarissimo Obama. Gli elettori, anche quelli di colore, sanno, per esperienza, che con i Clinton qualcosa si por­ta a casa.


Il «cambiamento» che l'elettorato dice di volere, tenderà a rivolgersi verso coloro che sembrino promettere, come si sarebbe detto in Italia, «cambiamento sì, ma senza avventu­re» e questo spiega gli appelli al sindaco di New York Bloomberg, businessman di successo e ottimo amministratore, perché arrivi a salvare l'elettorato moderato. Per chi ama il gioco dei ricorsi storici, questo 2008 potrebbe presen­tarne uno fantastico. Come nel 1992 fu la re­cessione, dunque l'economia — stupido — a portare un Clinton sul trono di un Bush, così nel 2008 potrebbe essere di nuovo l'economia a riportare un altro Clinton al posto di un altro Bush.

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