domenica 30 dicembre 2007

l’Alternanza del Tradimento

Pierluigi Battista
Corriere della Sera
30/12/2007

A ncora l’ombra del tradimento, lo spettro della pugnalata alle spalle. Proprio nei giorni in cui il governo Prodi appare, fino a prova contraria, più resistente di ogni burrasca, si diffonde il terrore dell’infedeltà. Con questo particolare: i traditori sono sempre annidati nelle schiere amiche, mentre i sabotatori degli «altri» sono sempre, per definizione, figure benemerite della democrazia. CONTINUA A PAGINA 32
Sull’«Unità» il direttore Antonio Padellaro vuole dare voce a quei 19 milioni di italiani (ma Padellaro è maniacalmente preciso: «19.002.598 di italiani») i quali, «dopo aver votato per il governo dell’Unione, non possono certo sorridere alla prospettiva che la loro volontà valga zero davanti al voltafaccia dei cinque sei senatori a cui il presepe prodiano non piace più». «Sorridere», certamente non possono. Ma accettare la sovranità della democrazia parlamentare, ricordare che deputati e senatori non sono sottoposti a «vincolo di mandato», ammettere che il cambio di collocazione politica in Parlamento sia, come pure è sempre stato detto, ortodossamente conforme alle norme costituzionali dovrebbe invece essere obbligatorio: se non altro per non ricadere nell’errore già veementemente imputato dalla sinistra a Silvio Berlusconi. Il Berlusconi infuriato contro i «traditori» e i «ribaltoni» del ’94-’95 e del ’98, beninteso. Perché invece il Berlusconi che oggi corteggia i senatori irrequieti del centrosinistra non si dimostra molto coerente anche lui e non considera affatto «traditore», bensì un potenziale eroe, chi è tentato dalla fuoriuscita da una maggioranza emersa, stentatamente ma emersa, nel verdetto elettorale.
Ulteriore prova che la sindrome del tradimento a fasi alterne (o a singhiozzo, oppure a zig zag, o anche di tanto in tanto: come si preferisce) è piuttosto una malattia bipartisan, che colpisce con pari efficacia entrambi gli schieramenti. E’ la logica manichea e primitiva secondo la quale il percorso di un parlamentare che danneggia il «nostro» schieramento rappresenta la manifestazione di un sordido tradimento, di un imbroglio se non di una turpe compravendita. Mentre, al contrario, ciò che disarticola e frantuma l’altrui schieramento è accolto come la prima scintilla di una redenzione, di un’illuminazione, di un itinerario salvifico che dal male porta ineluttabilmente al bene.
Anche il leader del centrodestra, infatti, parlava a nome dei milioni di suoi elettori traditi quando accusava testualmente il Bossi nel ’94 di vanificare con il «ribaltone» la volontà elettorale espressa nella scheda uninominale dalla sua « mamma Rosa». Ma oggi, con i senatori tentati di uscire dal recinto angusto della coalizione che sostiene Prodi, parla invece di legittima «ricollocazione politica», se non addirittura di «liberazione» dal giogo di un governo oppressivo. Sul fronte opposto, il capogruppo del Pd Antonello Soro reclama con perentorietà l’obbligo morale delle dimissioni da parte dei senatori e deputati che volessero portare a compimento il «tradimento» di un mandato popolare. Ma non risultano dichiarazioni fiammeggianti di sdegno né di Soro né di altri autorevoli esponenti del centrosinistra quando, nel 1998, la maggioranza parlamentare cambiò grazie al passaggio del partito di Clemente Mastella dall’opposizione al governo, con conseguente nomina a ministro di Salvatore Cardinale e con la sfortunata, perché effimera, nomina a sottosegretario del governo D’Alema dell’ex esponente di Alleanza nazionale Romano Misserville. Stavolta i «ribaltonisti» erano sì traditori, ma solo per l’altra parte, quella abbandonata dai parlamentari itineranti. Come al solito, visto che lo schema dell’indignazione a fasi alterne ha funzionato un anno fa, nel caso del passaggio di campo da parte di Marco Follini.
Una maledizione italiana che certo affonda le sue radici nel cuore della nostra storia. Nella Patria adusa alle sofisticate congiure di palazzo, in quella delle manovre fiorite e ribattezzate come «trasformismo», dei «giri di valzer» che scandalizzavano le cancellerie al tempo della Prima guerra mondiale, dell’8 settembre e del marasma di casacche e bandiere che ne seguì. Nell’Italia ossessionata dall’eterno fantasma dei voltagabbana, dei transfughi dell’ultima ora, degli apostati in malafede e dei convertiti in extremis. Ma con l’avvento della «religione del maggioritario», con l’irruzione prepotente del paradigma bipolare, con la fine delle posizioni terze o mediane (gli «aghi della bilancia» coniati dalla Prima Repubblica), la sindrome del tradimento, così presente lungo tutto l’arco della storia italiana, si è trasformata in una condizione febbrile, che non riconosce più una logica coerente, un criterio stabile e duraturo che non appaia terribilmente volatile e strumentale.
Uno stile di lotta politica, e una mentalità radicata, che finiscono per prescindere da ogni ingegneria istituzionale che metta al riparo i governi dai capricci dei pochi (o addirittura dei singoli) o che appronti specifiche norme «antiribaltone». Un’abitudine che prevede la liceità di qualsiasi mezzo pur di vincere la partita con l’avversario e la delegittimazione morale di comportamenti che invece sono considerati normali, leciti se non doverosi «in casa nostra». Una degenerazione dello spirito pubblico che consente l’abuso di categorie pericolosissime come il «tradimento». E che riduce la politica alla perenne fiction del grande complotto.

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