domenica 4 novembre 2007

Un profilo liberale per il partito democratico

Intervento di Valerio Zanone su Europa

2/11/2007

Lunedì 5 dalle 17,30 nel palazzo Bologna del Senato, se le pregiudiziali sulla finanziaria ne daranno licenza, si discuterà un libro del filosofo liberale Ernesto Paolozzi che propone come linea guida del partito democratico il primato dei valori individuali.

Poiché per equilibrio di natura ad ogni valore corrisponde un disvalore, si vuole che fra i liberali al principio di individualità corrisponda la maledizione di dividersi fra simili. E quella è la rampogna che dalla prima pagina di Europa del 31 ottobre ci rivolge Federico Orlando: "amici liberali, non fate altri errori".

Siccome il capo d'accusa di Orlando risale indietro di un decennio, mi prendo anch'io uno spazio retrospettivo. Ancora prima del crollo di sistema che si tirò appresso il partito liberale, ho sempre cercato nella nebbia della transizione un luogo dove i rari liberali della mia specie potessero raccogliersi intorno ad un'intesa più ampia: nel 1993 l'Alleanza Democratica; nel 1994 il Patto per l'Italia; dopo la débacle elettorale del 1994 le iniziative di Amato e di Maccanico rimaste incompiute; nel 1995 l'Ulivo di Prodi. Poi dal 2001 Democrazia è Libertà (La Margherita) con Francesco Rutelli; ed oggi il partito democratico. Ho attraversato tutti quegli esperimenti, talvolta contribuendo ai relativi statuti, manifesti e programmi, senza dovermi spostare; perché da un'esperienza all'altra la cerchia degli interlocutori interessati a progetti di riformismo liberaldemocratico è rimasta da allora ad oggi all'incirca la stessa.

"Non fate altri errori", ammonisce Federico Orlando. I miei sono stati per lo più errori di omissione. Devo ammettere che alle idee liberali, in cui credo da una vita e per la vita, ho potuto rendere soltanto un servizio modesto. Mi considero, per quel poco che la definizione può significare, un liberale di sinistra, e nell'insieme la sinistra non ha molto di liberale. Non ho da ciò tratto motivo di passare dall'altra parte, perché non ritengo decente cambiare le proprie idee secondo il gradimento che trovano sul mercato. Anzi mi viene da pensare che le idee siano come i figli, ci si affeziona ancora di più quando hanno meno fortuna.

Ma ora il tempo degli amarcord è scaduto ed è venuto il tempo di misurarsi con la nuova scommessa del partito democratico. Sarà la volta buona perché i liberaldemocratici trovino un'arena dove aggregarsi invece di dividersi?

All'inizio il nome di "partito democratico" mi era sembrato generico e vago. Ne ho inteso la concretezza dal vivo, alle primarie del 14 ottobre nel collegio di Torino/Mirafiori/Lingotto. Per parecchi che ci abitano la quarta settimana del mese è rimasta dura anche da quando il governo è cambiato. Eppure ho visto dal vivo (come a Roma/Primavalle, nelle primarie del 2005) una volontà di partecipazione personale e diretta che è più forte della malapolitica e dell'antipolitica. Il senso della democrazia è più forte del disincanto verso la politica.

Quella è allora la missione del partito che si chiama democratico: attivare una democrazia che sappia decidere,e che arrivi a decidere seguendo procedure inclusive e trasparenti. Bobbio diceva che quando si comincia a parlare di democrazia, si finisce sempre per parlare delle sue promesse non mantenute. Una democrazia liberale deve essere capace di mantenere ciò che promette. Tira un'aria che ricorda il 1993, la vita politica si sta nuovamente avvitando su se stessa; e il partito democratico è per il momento poco più di una scommessa, ma è già la sola scommessa innovativa che punti le sue carte sulla partecipazione diretta della cittadinanza. I liberaldemocratici sbaglierebbero a restarne estranei, anche se non mi illudo che trovino il tappeto rosso all'ingresso del partito nuovo.

Una buona dose di politiche liberali è indispensabile se il partito democratico intende affermare il suo programma autonomo di governo: ossia, se il partito democratico intende correggere l'anomalia del bipolarismo italiano, che è un bipolarismo girato al contrario, un bipolarismo che premia le estreme invece di contenerle. Quella anomalia che assegna alla sinistra estrema un potere di negoziato estensibile fino a somigliare al ricatto è costata alla risicata maggioranza dell'Unione un prezzo ormai insostenibile.

A differenza di altri penso che la continuità di governo e l'avvio del partito nuovo debbano procedere insieme. Ma per riprendere quota ci vogliono politiche liberali: per rimediare all'iniquità della giustizia differita; per alleviare la pressione fiscale sui redditi da lavoro; per sbloccare gli investimenti nelle infrastrutture di comunicazione, energia, ambiente; per slegare le imprese dai vincolismi; per portare al livello europeo il tasso di occupazione attiva fino ai 65 anni.

Molte di queste linee di programma, forse tutte, si ritrovano nel manifesto liberaldemocratico di Lamberto Dini e Natale D'Amico. Come ho detto dal primo giorno, credo che i contenuti di quel manifesto dovrebbero essere recepiti nel programma del partito e nell'azione di governo. D'altra parte il manifesto di Dini e D'Amico respinge ogni ambiguità circa la collocazione politica dei suoi promotori e si dichiara favorevole ad una legge elettorale che rafforzi il bipolarismo, in una prospettiva bipartitica. Ma se così è, se ne deve dedurre che il movimento liberaldemocratico di Dini e D'Amico dovrebbe trovare nel futuro prossimo collocazione nel partito democratico, dato che una legge elettorale a tendenza bipolare anzi bipartitica non offre margini all'ulteriore frammentazione del sistema.

Dunque è ragionevole che i liberaldemocratici cerchino nel partito democratico la propria casa comune, in quanto il partito nuovo è la partita decisiva in cui si vince o si perde la scommessa del riformismo neoliberale.

Mi viene peraltro il dubbio che la esasperante dispersione dei liberali sia anche da attribuire agli eclettici significati che dall'inizio dei Novanta sono stati attribuiti al nome liberale, fino a svilirlo per troppa inflazione.

Sarà il caso che ciascun liberale si autocertifichi con un documento di identità politica corredato di connotati specifici, perché ormai quella liberale è una rete che pesca troppo. Qualora possa interessare qualcuno, dichiaro di considerarmi liberale con cinque aggettivi: laico, antifascista, europeista, riformista, democratico.

Laico perché la legge deve garantire la libertà di coscienza individuale. Antifascista perché la repubblica non deve congedarsi dalle sue origini. Europeista perché l'unione europea è il formato della nuova cittadinanza se vogliamo, come dice Veltroni, "dare la precedenza al futuro". Riformista nel campo sociale, perché senza equità la libertà può risultare offensiva. Democratico perché il senso della democrazia è forse il patrimonio maggiore che la repubblica è riuscita a mettere insieme in sessant'anni.

Del partito democratico so per il momento ciò che ne ha detto alla Fiera di Milano Romano Prodi: partito aperto, plurale, che richiede sintesi e non abiure. La mia semplice opinione è che i liberali possano contribuire alla sintesi senza disertare dalle proprie convinzioni. Per una volta si potrebbe anche rinunciare ai distinguo e provarci insieme.

Valerio Zanone

2.XI.07

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