venerdì 2 novembre 2007

Sistema tedesco? Solo cambiando la Costituzione

Francesco Cossiga e Sergio Romano
Lettera e risposta

Corriere della Sera
1/11/07

Quando ero giovane e mi occupavo di diritto costituzionale, conoscevo abbastanza bene il problema dei sistemi elettorali. Tenterò di scrivere quel che credo di sapere e che so scrivere. Vi sono partiti che vorrebbero introdurre il così detto «sistema tedesco», ma sembra dimentichino due cose: che i sistemi elettorali sono funzionali al sistema istituzionale e che il sistema tedesco richiederebbe una modifica costituzionale.
Anzitutto, vi sono due sistemi elettorali che sono funzionali ad un sistema di democrazia bipolare o dell'alternanza. Il primo è il sistema uninominale «puro» alla britannica, a maggioranza semplice e ad un turno, basati sul principio «first past the post» o del «primo piglia tutto». Il secondo è il sistema uninominale a maggioranza assoluta, a doppio turno eventuale, per il quale viene eletto al primo turno chi ottenga la maggioranza assoluta dei voti o, se nessuno dei candidati ottenga la maggioranza assoluta, si procede al così detto ballottaggio o tra i due primi votati o tra chi abbia ottenuto una certa percentuale di voti, e viene eletto chi ottenga il maggior numero di voti.
Nel così detto «sistema tedesco » la metà dei membri del Bundestag sono votati in collegi uninominali a maggioranza semplice e l'altra metà in circoscrizioni «regionali» che coincidono con le circoscrizione dei Länder con il sistema proporzionale puro o di Hondt. Qualora un partito ottenga nei collegi uninominali un numero di seggi superiore a quello che ad esso spetterebbe proporzionalmente in base alla percentuale dei voti ottenuti nella sommatoria dei voti ottenuti nelle circoscrizioni «regionali », gli altri partiti vengono «compensati» aumentando il numero dei seggi astrattamente attribuiti al Bundestag. Quindi, se si volesse adottare il sistema tedesco, bisognerebbe procedere ad una modifica della Costituzione che introduca l'elasticità del numero dei membri della Camera eletta direttamente e «costituzionalizzare » i principi del sistema elettorale.
Per quanto riguarda il così detto Senato Federale italiano (a prescindere dal fatto che neanche se si accettassero tutte le proposte della Lega, l'Italia diventerebbe uno Stato federale «vero», come la Germania, gli Stati Uniti, la Svizzera, il Canada e l'Australia), non sarà un «senato federale», perché non rappresenterà le Regioni! D'altronde, anche se io sono ormai quasi fuori dalla vita parlamentare, ho l'impressione che Forza Italia e lo stesso leader Veltroni propendano in fondo, — essendo certamente i due partiti che potranno prendere il maggior numero dei voti — per il sistema elettorale che verrebbe fuori da una vittoria dei «sì» nel referendum richiesto, un sistema più maggioritario di quello introdotto con la così detta fascista «legge Acerbo». Infatti se i «sì» prevalessero, alle prossime elezioni prenderebbe una forte maggioranza assoluta il partito che ottenesse il maggior numero di voti, mentre per la legge Acerbo occorreva che un partito ottenesse almeno il venticinque per cento dei voti! Certo, io sono uno della «Prima Repubblica»: ma che non fosse migliore della così detta «Seconda Repubblica»?

Francesco Cossiga, |


Caro Presidente, aggiungo alla sua lettera qualche considerazione. Nel dibattito politico italiano i modelli elettorali stranieri vengono spesso sommariamente giudicati sulla base di due criteri. Il primo è la convenienza dei partiti o dei singoli parlamentari, sempre pronti a respingere qualsiasi formula che rischi di nuocere alle loro fortune politiche. Fra gli ostacoli che si oppongono oggi all'adozione del sistema tedesco non vi è soltanto quello da lei indicato. Vi è anche la soglia di sbarramento (in Germania il 5%) che ridurrebbe considerevolmente il numero dei partiti. Scommetto che se mai adotteremo il sistema in vigore nella Repubblica federale, lo faremo soltanto dopo averlo privato di alcune delle sue caratteristiche più utili. Il secondo criterio è l'effetto che quei modelli hanno prodotto nei Paesi dove sono stati originalmente utilizzati. Il sistema inglese («il primo piglia tutto ») piace ai «bipolaristi» perché ha prodotto alternanza, vale a dire l'avvicendamento di due forze politiche alla guida del Paese. I sistemi misti (proporzionale e maggioritario) piacciono ai nostalgici della Democrazia cristiana perché hanno permesso la formazione di governi che oscillano, entro margini abbastanza ristretti, fra centro-sinistra e centro-destra. Ma siamo davvero certi che una formula importata dall'estero produrrebbe da noi gli stessi risultati? Il bipartitismo britannico non è soltanto l'effetto di una legge elettorale maggioritaria. È anche il risultato di una cultura politica per cui la governabilità è più importante della testimonianza, vale a dire della soddisfazione che molti italiani provano quando votano per il partito del cuore, anche se non avrà mai la forza di realizzare i suoi programmi. Il «pendolarismo » tedesco è anche il risultato del modo in cui la democrazia della Repubblica federale ha consolidato il suo sistema politico nella fase cruciale dell'immediato dopoguerra. La messa al bando dei comunisti, il lungo cancellierato di Konrad Adenauer e la «sfiducia costruttiva » (la mozione di sfiducia costringe il cancelliere a dimettersi soltanto quando indica contemporaneamente il nome del successore) hanno creato condizioni e consuetudini che in Italia non sono mai esistite. Sono queste, caro presidente, le ragioni per cui temo che una nuova legge elettorale, se non sarà accompagnata da una riforma costituzionale, non basti a rendere il Paese meglio governato.

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