giovedì 4 ottobre 2007

Il costo della spesa? Tutto ai figli e ai nipoti

da Il Sole 24 Ore del 3 ottobre 2007, pag. 1

di Giacomo Vaciago


Sono due gli aspetti che più colpiscono dopo la lettura della Finanziaria giunta ie­ri in Parlamento. Il primo è il di­stacco che anche quest'anno c'è con il Dpef che il Governo ha approvato tre mesi fa. Cosa cambia in Italia, ogni anno, da giugno a settembre? Il secondo è l'importanza attribuita a mas­simizzare l'utilità di chi gode della spesa pubblica trascuran­do completamente di conside­rare chi ne pagherà il conto.



Cominciamo dal primo aspet­to. Anche quest'anno il Dpef pre­dica bene e la Finanziaria razzo­la male. È vero da sempre: il Dpef lo scrivono professori scel­ti dal ministro mentre la Finan­ziaria la scrivono funzionari gui­dati dai politici. Negli ultimi due anni è solo cresciuta la qualità del Dpef: quello approvato il 28 giugno è di 154 pagine ricche di cose intelligenti sulla crescita sostenibile e sull'equità sociale. Ma anche le 160 pagine di un an­no fa erano ben scritte, eppure servirono assai poco alla mano­vra successiva. La Finanziaria 2007 doveva essere tutta dedica­ta al risanamento ottenuto ta­gliando le spese. È successo il contrario. La Finanziaria 2008 doveva essere tutta dedicata a «spendere meglio» (come an­che precisato dal Libro Verde del 6 settembre) a parità di spe­sa totale. Ma ci siamo già incam­minati su una strada diversa.



Passando al merito della Finan­ziaria si deve anzitutto osservare che nel 2008, per il terzo anno consecutivo, si aumenta la spesa pubblica e si mantiene un signifi­cativo deficit, nonostante l'eco­nomia cresca a un tasso prossimo a quello potenziale. Non vi è dun­que giustificazione macroecono­mica di quella spesa (e di quel de­ficit), come sarebbe se il finanzia­mento venisse dall'aumentato reddito generato dallo stimolo alla domanda dato da quella spesa. Stiamo invece spendendo soldi il cui conto necessariamente pas­siamo a figli e nipoti. È quindi que­sto l'unico criterio rilevante per valutare la bontà di questa Finan­ziaria: la maggior spesa prevista è davvero nell'interesse di chi pri­ma o poi pagherà quei conti; ser­ve cioè a darci un Paese migliore di cui i nostri figli e nipoti godran­no? E chiaro perché la prima ana­logia che viene in mente sia quel­la con l'impostazione che Sarkozy ha dato al bilancio pub­blico francese per i prossimi an­ni: resta un deficit solo perché si finanziano riforme politiche che producono crescita.



Dalla scuola alle liberalizza­zioni: tutto ciò che serve alla Francia per alzare il suo tasso di crescita potenziale. Ma an­che tutte le infrastrutture ma­teriali e non che consentano di migliorare la qualità della vi­ta e dell'ambiente, cioè quel grande bene comune che necessariamente lasciamo in eredità ai nostri figli e nipoti.



Se ragioniamo in questo mo­do, e da questo preciso punto di vista valutiamo la Finanzia­ria 2008, vediamo che spunti positivi non mancano. Perché maggiori spese a favore della crescita, dell'ambiente e della formazione del capitale uma­no ci sono. A ben guardare, i veri motivi di delusione sono da un'altra parte. E cioè da due punti di vista che sono chiari agli italiani più che ai po­litici che li rappresentano.



Da un lato, troviamo molta spesa con chiara finalità redi­stributiva: per motivi di equi­tà, tanta spesa sociale in più. Ma è corretto finanziare tutto ciò con debiti che pagheranno i nostri figli e nipoti? Cosa ci garantisce che diamo ai "pove­ri" di oggi risorse che paghe­ranno i "ricchi" di domani (an­che ammettendo che in un Paese a così alta varianza come l'Italia, i dati medi aiutino a ca­pire e distinguere)?



Il secondo problema irrisol­to da questa Finanziaria è an­cora più grave: anche quest'anno aumentiamo la spesa più che l'efficienza della sua gestione e in Finanziaria non abbiamo sufficienti incen­tivi affinchè si spenda meglio.



L'esempio della Banca d'Ita­lia, che seppure con anni di ri­tardo rispetto alla Bundesbank prende atto che il mon­do è cambiato e riduce radical­mente la sua rete di uffici loca­li, non insegna nulla a chi ri­sponde della nostra pubblica amministrazione? Basta guar­dare ai documenti del Governo stesso per migliorare la qualità della spesa pubblica (il Documento del 6 settem­bre), per osservare come non si riesca a imparare dalle al­trui migliori esperienze! Con­siglio di leggere cosa si scrive a proposito degli studenti "fuori corso" e "fuori sede": forse che non ci sono dei Paesi che hanno un buon sistema universitario?



In. conclusione, è davvero grave continuare ad addossa­re a figli e nipoti il conto di tan­ti nostri sprechi.

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