da Il Sole 24 Ore del 14 settembre 2007, pag. 12
di Salvatore Carrubba
Pochi giorni fa, il canadese Fraser Institute ha pubblicato l'edizione 2007 dell'annuale rapporto sulla libertà economica nel mondo, frutto della collaborazione con una rete di istituzioni di tutte le nazioni, tra le quali il Centro Einaudi di Torino.
Nel 2005 (l'anno al quale si riferisce il rapporto) l'Italia ha segnato un modestissimo progresso, riguadagnando la sufficienza piena di sette punti su dieci. La posizione in classifica, però, è scivolata dal 45° al 52° posto perché i nostri piccoli passi avanti sono stati sopravanzati, per esempio, dai cinque Paesi che hanno migliorato di almeno tre punti (Ungheria, Perù, Uganda, Ghana, Israele). Complessivamente, il tasso medio di libertà economica nel mondo è migliorato dal 5,4 del 1980 al 6,6 dell'ultima edizione. Campione si conferma Hong Kong, seguita da Singapore, Nuova Zelanda, Svizzera, Usa, Gran Bretagna e Canada.
Anche queste ricerca è costruita intorno a una serie di parametri, molto dettagliati, che tengono in considerazione vari indicatori della libertà economica; l'Italia, in questa edizione, migliora soprattutto grazie a un alleggerimento fiscale: ma non si tratta di cambiamenti epocali. Questo tipo di analisi, naturalmente, va sempre letto cum grano salis, cercando soprattutto di cogliere le tendenze generali che ne emergono. Esaminandole, non possiamo che compiacerci per il fatto che, come si è detto, la libertà economica sembra affermarsi in tutto il mondo, e in certe zone con particolare energia; rilevando tuttavia che il nostro Paese non si schioda, con alti e bassi passeggeri, da una posizione intermedia che indica una mancanza di dinamismo tanto più preoccupante se confrontata con quello di cui danno prova tante altre nazioni, in ogni parte del mondo.
Anche quest'anno il rapporto sottolinea e misura i vantaggi che la diffusione della libertà economica produce. Via via che essa si afferma, migliorano infatti tutti gli indicatori sociali e politici: dal reddito dei più poveri (pur non diminuendo le diseguaglianze), all'aspettativa di vita, al tasso di mortalità infantile, all'incidenza di particolari patologie (per esempio, la tubercolosi), all'accesso alle forniture idriche, all'assistenza sanitaria, al controllo della corruzione, al rafforzamento delle libertà civili, alla tutela dell'ambiente. La libertà economica, insomma, è un affare.
Interessante è la lezione che Russell S. Sobel e Peter T. Leeson traggono sulle strategie più efficaci per consolidare i progressi. I due autori fanno giustizia di una strategia che è stata popolare (ovviamente, per fini opposti) presso le amministrazioni degli Usa e dell'Urss (fin quando c'era), quella del cosiddetto "effetto domino": se un Paese prende la strada giusta, gli altri seguiranno. Non è così. L'esempio di un vicino non basta, dimostrano i due studiosi. La libertà economica si diffonde, ma «l'idea che le riforme all'interno di pochi Paesi chiave possano modificare sostanzialmente le condizioni della libertà economica nel resto delle rispettive regioni non appare corretta».
Perché sia efficace occorre che il processo si inneschi al di là dei singoli Paesi, che interessi e coinvolga aree più vaste. Un impatto sostanziale può essere assicurato dalla modifica dei termini del commercio internazionale e dalla sua liberalizzazione. La libertà nei commerci potrà anche avere limitate conseguenze su un singolo Paese, ma risulta decisiva per rafforzare e diffondere la libertà economica nelle aree «economicamente più represse» del pianeta.
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