domenica 16 settembre 2007

Governare una società a coriandoli

da Corriere della Sera del 14 settembre 2007, pag. 1

di Giuseppe De Rita




E’ diffusa ormai la convinzione che siamo una società di indecifrabile polverizzazio­ne e di esasperato individualismo, impos­sibile quindi da capire attraverso l'evolversi della sua composizione sociale. Una società «a corian­doli», basicamente antropologica.



Ma come si governa una così sfuggente realtà? Romano Prodi mi ha scritto recentemente in una lettera personale che «in una società moralmente ed eticamente fatta di coriandoli il compito più serio è quello di tentare di ricondurli ad un dise­gno, con pazienza». Intenzione legittima in un uo­mo di governo, che deve fare lavoro di sintesi e non solo di interpretazione; e che non potrebbe aspirare ad essere leader se non avesse l'ambizione di ricondurre la frammentazione sociale a un pro­prio unitario disegno politico. Ma chi non ha tale aspirazione deve fare i conti con la insormontabi­le difficoltà che incontrerebbe oggi un disegno uni­ficante che non possa contare su un tessuto inter­medio di identità, appartenenze e rappresentanze collettive.



Se tanto ci dispiace avere una società a corian­doli, converrà guardare in faccia le cause che l'han­no scatenata: non tanto le cause culturali, collega­te essenzialmente al primato della soggettività, dell'esperienza emotiva, del relativismo etico; ma piuttosto la causa più strettamente strutturale, cioè la crisi dei processi di rappresentanza degli interessi, dei bisogni, delle identità e delle apparte­nenze.



Da questa crisi dobbiamo ripartire, tenendo an­zitutto conto che per decenni le sedi ed i processi di rappresentanza hanno avuto come motore l'identità (della classe operaia, del mondo contadi­no, del ceto medio, delle grandi scelte ideologiche, della militanza nei partiti di massa, ecc.) in una marea identitaria, cha ha fatto la storia degli ulti­mi sessanta anni, ma che praticamente non esiste più. E sono patetici coloro che cercano di rappresentare qualche antica e debole istanza identitaria dividendosi in più identità socialiste, comuniste, di cattolicesimo politico, di ceto professionale, or­mai senza più forza aggregante e propulsiva. Si illudono di avere in mano un brand, un marchio affermato, e non si accorgono di agitare usurati brandelli di autodefinizione.



La caduta delle identità collettive porta natural­mente alla povertà progressiva delle strutture di rappresentanza. Oggi non esiste vita vera della rappresentanza: non esiste nelle giunture partitiche, non esiste nel Parlamento o nei consigli regionali e comunali, non esiste nelle istanze categoria­li, non esiste neppure nelle diverse forme dell'asso­ciazionismo (sempre più segnato dal leaderismo e dalla personalizzazione). Qualche canonica con­certazione di vertice non può nascondere la prati­ca inconsistenza della rappresentanza intermedia.



Così, senza identità collettive e rappresentanze intermedie, a chi non voglia coriandolare in solitu­dine resta solo il rifugio in qualche appartenenza collettiva: in stretti ma arcigni circuiti corporativi; in informali non potenti appartenenze localistiche; in valoriali o comunitari movimenti ecclesia­li: in appartenenze magari non vocazionali ma di attrattivo peso sociale (di loggia o di casta). Sono però appartenenze chiuse in se stesse, senza dina­mico confronto con l'esterno, e che quindi non possono supplire alla ricordata crisi delle identità e delle rappresentanze collettive.


Una società moderna non sopravvive comun­que rifugiandosi nelle appartenenze, lontano dall' orgoglio delle grandi identità e dall'impegno civile della rappresentanza; rischia di coriandolare ulte­riormente e al peggio. Per questo sembra obbliga­ta la strada di un rilancio, volontaristico fino alla brutalità, della rappresentanza: nel Parlamento, nei consigli regionali e comunali, nell'associazioni­smo categoriale, nel sindacato, e forse anche nei partiti, specialmente in quelli che tanto si dichiara­no in favore del primato della partecipazione.

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