da Il Messaggero del 30 luglio 2007, pag. 1
di Francesco Paolo Casavola
Quando nel 1942, in pieno secondo conflitto mondiale, Lord Beveridge varava il piano di politica sociale, che ebbe nome di Welfare state, stato di benessere, il contesto era, e sarebbe stato ancora di più dopo la guerra, di società in cui le parti più estese delle popolazioni erano rappresentate da proletariato operaio e contadino e da piccola e piccolissima borghesia amministrativa. Per questa platea di cittadini, la malattia, la vecchiaia, la disoccupazione, potevano determinare il passaggio dalla condizione di sussistenza a quella di indigenza.
Il welfare era la risposta dello Stato che si faceva garante di un livello minimale di benessere o di non malessere sociale. Era la sicurezza sociale in forme moderne rispetto ad una storia lunga, che nasce nel 1601 con la legge di Elisabetta I, di sollievo ai poveri. Era una soluzione palliativa al conflitto di capitale e lavoro, divenuto conflitto ideologico e militare tra due metà del mondo.
Ma la fine dell’economia diretta dalla mano pubblica nei Paesi occidentali e il ritorno al mercato, insieme al mutamento della morfologia delle società e della organizzazione del lavoro, hanno dato al vecchio welfare una valenza assistenzialistica, da un canto onerosa fino allo spreco, dall’altro induttiva di comportamenti parassitici, di attesa che tutto, dalla culla alla bara, dovesse provenire dallo Stato-provvidenza.
Di qui una crisi delle politiche sociali, che prima che nelle rivendicazioni sindacali e nei programmi di partiti e di governi, ha trovato radici nella opinione pubblica, specie dei ceti e corporazioni meglio attestati nei processi produttivi. Ma sarebbe un errore interpretare come tramonto del welfare quel che è manifestamente radicale domanda di suo mutamento. Il welfare storico nasceva dall’esigenza che lo stato complessivo delle popolazioni non peggiorasse.
Oggi l’istanza generale e diffusa è quella dell’avanzamento, del miglioramento, della promozione della condizione umana nelle società evolute. Politiche di welfare sono indirizzate alla istruzione, alla ricerca scientifica e tecnologica, al mercato del lavoro, alla sussidiarietà orizzontale tra privati e istituzioni, alla promozione meritocratica negli status sociali, alla rimozione di privilegi corporativi, alla circolazione internazionale di talenti, e soprattutto, alla offerta di opportunità alle giovani generazioni. Insomma un welfare declinato al futuro.
Occorrono, per quanti hanno e avranno responsabilità di programma e di progetto per le politiche sociali, inventiva e saggezza insieme. Per le generazioni già attive e produttive è da sollecitare una autentica conversione, per scommettere con generosità su quanto i giovani sapranno e potranno corrispondere ad un sistema che non deve chiedere più la loro omologazione o la loro esclusione, ma la loro carica di originalità e di innovazione.
Va incentivata la canalizzazione di investimenti privati verso la istruzione superiore, i centri di ricerca scientifica, e ogni struttura che attenda alla elaborazione e applicazione di nuove tecnologie. Vanno ripensate le selezioni per accedere a carriere pubbliche e private, stimolando permanentemente il perfezionamento delle competenze, ma anche il passaggio da una esperienza professionale ad una diversa.
Se siamo in una fase della civilizzazione caratterizzata dalla velocità nei processi di mutamento, ebbene si riconosca che i primi protagonisti di una tale dinamica non possono essere che i giovani, purché seriamente e non approssimativamente preparati a governare oltre che ad eseguire la realizzazione operativa di intraprese tanto ardue quanto ineluttabili.
Motto del nuovo welfare potrebbe essere: preparare una vita degna, giusta e civile alle nuove generazioni più di quanto non lo sia stata la nostra.
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