lunedì 6 agosto 2007

RISERVE AUREE, UN'ILLUSIONE INUTILE E DANNOSA

Anche usando l'intero stock di Bankitalia l'effetto sul debito sarebbe minimo, certi i problemi con Ue e Bce

Intervento dei senatori
Lamberto Dini e Natale D'Amico

Il Sole 24 ore

4 agosto 2007

Nella risoluzione con la quale ha approvato il Documento di programmazione economica e finanziaria, la Camera dei Deputati ha inserito un sorprendente paragrafo. Con il quale ha impegnato il governo "ad effettuare, anche nei rapporti con l'Unione europea, una ricognizione di tutti gli strumenti utili a determinare una significativa riduzione del debito pubblico, (....) con riferimento a forme concordate di utilizzo delle riserve delle banche centrali, in oro e valuta, eccedenti quanto richiesto dal concerto della Bce per la difesa dell'euro, anche sulla base di esperienze di altri Paesi (...)".
La formula utilizzata è più prudente di come sia stata rappresentata da molti commentatori. Ma ciò non elimina la sorpresa. Si tratta di una strada irrealistica, inefficace, potenzialmente pericolosa, per creare un abbattimento solo apparente del nostro debito, con il rischio di generare illusioni riguardo al rigore necessario per condurre a termine la necessaria opera di risanamento dei conti pubblici.
Anzitutto i fatti., alla fine dell'anno scorso la Banca d'Italia deteneva 2.452 tonnellate di oro per un valore di mercato di 38 miliardo di euro, nei quali era implicita una plusvalenza di 18 miliardi, maturata dopo il 2003. Le plusvalenze precedenti erano state già per intero utilizzate per coprire il consolidamento del credito della Banca d'Italia verso il Tesoro.
Deteneva inoltre attività in valuta per circa 25 miliardi. In quel caso le plusvalenze erano praticamente nulle; si presume anzi che dalla fine dello scorso anno, considerato l'andamento della principale valuta di riserva, il dollaro, diano maturate minusvalenze non trascurabili.
Si tratta dunque di attività della Banca d'Italia; non dello Stato. Dalla loro cessione potrebbe giungere un beneficio allo Stato (e quindi una riduzione del suo debito) solo ove ne emergesse un qualche utile, che affluirebbe al Tesoro attraverso le maggiori imposte pagate da Bankitalia, oppure attraverso gli utili non distribuiti agli azionisti.
Dalla cessione di valuta, per qual che si è detto, nessun utile; anzi, poiché ne emergerebbero minusvalenze, si ridurrebbe il contributo che la Banca d'Italia dà ogni anno al Tesoro nella forma di imposte e di utili residui.
Dalla cessione di oro emergerebbe sì una plusvalenza. Ma sarebbe di entità ridotta, appena l'1,2 per cento del Pil, quand'anche si cedessero per intero, e per assurdo, le intere riserve in oro. Se Bankitalia cedesse le 150 tonnellate che costituiscono il margine massimo disponibile in base all'accordo che vincola la cessione d'oro delle banche centrali, ne emergerebbe una plusvalenza di 1,1 miliardi di euro. Se anche fosse destinata, nelle due forme possibili, al Tesoro, ne risulterebbe una riduzione di grandezza dello 0,07% del Pil!
Fin qui i numeri. Come si vede, si parla di una cosa che assomiglia da vicino al nulla. Ma un nulla potenzialmente pericoloso.
Anzitutto perché ci si imbatte nei vincoli del Trattato dell'Unione e nello statuto della Banca centrale europea; che tutelano l'autonomia, anche patrimoniale, delle banche centrali nazionali, e fanno loro divieto di sollecitare, o anche solo accettare, istruzioni dei governi e dei parlamenti sui questa materia (art. 108 del trattato, art. 7 dello statuto), così come impegnano gli Stati a rispettare il medesimo principio, E comunque, se anche la Banca d'Italia decidesse in via autono0ma di smobilizzare le proprie riserve, servirebbe l'autorizzazione da parte della Bce, la quale però, come ricordato dal Sole-24 Ore del 3 agosto, ha già espresso forte preoccupazione.
In secondo luogo, e più sostanziale, perché per questa via si continua ad alimentare l'illusione che da qualche parte, nelle pieghe del bilancio, addirittura del bilancio di un organo che non appartiene allo Stato, si celi un qualche "tesoretto" da spendere. Ritardando la presa di coscienza da parte della politica e dell'opinione pubblica riguardo alla gravità della situazione finanziaria del Paese. Situazione dalla quale non si esce se non attraverso una tenace, graduale riduzione della spesa pubblica corrente primaria. Riduzione che a sua volta richiede una revisione di meccanismi e perimetro dell'intervento pubblico in economia.
Ipotesi pericolosa infine perché rischia di convincere i mercati, le istituzioni e gli osservatori internazionali, le società di rating che l'Italia è alla ricerca continua di strumenti fantasiosi, di artifici contabili tesi a camuffare lo stato delle cose; quando ormai tutto il mondo guarda a conti pubblici italiani e non solo italiani considerando l'andamento del deficit e del debito al netto delle operazioni una-tantum, come quella prospettata dalla Camera.
dalla Camera, e non dal Senato. Con insolito atteggiamento infatti la Camera ha votato sul Dpef una risoluzione diversa dal Senato. Dove, se ne può star certi, una simile, avventurosa proposta, non avrebbe trovato nè troverebbe una maggioranza pronta a sostenerla.

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