da La Repubblica del 24 luglio 2007, pag. 6
di l.gr.
Ministro Bonino, lei ha rimesso il mandato, ma poi non ha trattole conseguenze del gesto e non si è dimessa. Perché?
«Nella lettera al presidente Prodi avevo testualinente affermato di ritenere "corretto, necessario e urgente non già minacciare alcunché, dimissioni od altro, rna puramente e serriplicernente rimettere nelle tue mani il mio incarico", affinché decidesse lui se la mia permanenza al governo fosse compatibile con le decisioni che di lì a poco avrebbe preso in materia di pensioni. Il suo formale di poche ore dopo e il contenuto dell'accordo del 20 luglio sono state due risposte eloquenti alla mia iniziativa. Non ho mai posto un problema di dimissioni mentre mi sembra che oggi sia la sinistra comunista a sentirsi stretta nell'angolo. In queste ore registro segni di grande nervosismo da quelle parti».
Prima della definizione dell'accordo lei chiese a Prodi di scegliere fra la sua visione delle cose e quella dei comunisti. Secondo lei, alla fine, cosa ha scelto il premier?
«Quello che ha scelto il premier mi pare sia sotto agli occhi di tutti. Applicando il principio che ci siamo dati dopo la mini crisi di quest'inverno, Prodi ha presentato una sua proposta rispetto a chi chiedeva l'abolizione pura dello scalone con costi insostenibili, L'accordo ha permesso di superarne gli aspetti d'iniquità alzando gradualmente l'età pensionabile con l'impegno - a mio giudizio tutto da verificare - di non compromettere gli equilibri finanziari. Certo, non è quello che noi radicali avremmo voluto e avevamo chiesto, convinti come siamo che le priorità del paese abbiano bisogno di risposte più coraggiose e soprattutto in favore dei non tutelati».
Quando rimise il mandato la sinistra radicale disse che o lei aveva sbagliato coalizione o non aveva letto il programma. Cosa risponde loro?
«Al di là del programma esiste appunto l'accordo di fine inverno, ma soprattutto a parte i nostri problemi interni esiste un problema demografico che va affrontato. In questo senso è abbastanza paradossale che mentre tutti i paesi europei innalzano l' età pensionabile in maniera decisa, noi stiamo qui a discutere di un passaggio graduale da 59 a 62 anni. Ma intanto questo c'è. In più non va dimenticato che siamo il paese con il più basso tasso di occupazione degli over 55 e la con la più alta percentuale di lavoro in nero».
Se sull'accordo il governo ponesse la fiducia, lei come voterebbe?
«Il cammino è ancora lungo e, come sappiamo, l'accordo finirà probabilmente per essere votato con la Finanziaria, ma nel frattempo sono determinanti tutta una serie dipassaggi, di zone grigie, da chiarire: come la definizione dei lavori usuranti, la revisione delle finestre d'uscita, il piano di riordino degli enti previdenzìali e la chiusura complessiva del pacchetto welfare. E certamente scaricare gran parte del costo sui lavoratori più deboli, più giovani, con una vita lavorativa discontinua e non rappresentati ai tavoli della concertazione, anche questo ha eIementi di iniquità. Da parte mia mi auguro di aver contribuito a migliorare la trasparenza del dibattito e al buon operato del governo, coinvolgendo anche i cittadini non garantiti che purtroppo non hanno avuto né voce, né rappresentanza nei tavoli di concertazione».
Questo accordo così com'è, secondo lei, quanto può durare?
«Non voglio fare le Cassandra. Sottolineo soltanto che la questione della mancata equiparazione dell'età pensionabile tra uomini e donne sarà in tempi brevi sanzionata dalla Corte di giustizia europea e che, prima o poi, questo paese dovrà pur riflettere sul fatto che la media europea si sta avvicinando ai 65 anni per tutti».
Lei ha chiesto al governo di non fare delle modifiche alla legge Biagi una partita di gioco per tenersi buona la sinistra radicale. Ma quella legge secondo lei va cambiata?
«Deve essere soprattutto completata con un solido sistema di ammortizzatori sociali, anzi li vorrei chiamare di sostegno al reddito, di tipo inglese o scandinavo, il "welfare to work". Questo il primo obiettivo. La legge 30 ha dato ottima prova di sé, ecco perché sarebbe folle abolire alcune tipologie contrattuali come lo staff leasing, il job sharing e i lavori occasionali di tipo accessorio».
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