martedì 10 luglio 2007

Babele referendum e il Pd si germanizza

Il Riformista

11/7/07
di Stefano Cappellini

Dunque, ricapitolando: se si parla di riforma elettorale, la posizione storica e ufficiosa dell’Ulivo, ormai Partito democratico, è per un maggioritario a doppio turno, alla francese. Ma il premier, nonché fondatore del Pd, Romano Prodi, ha incaricato Enzo Bianco, il quale ha eseguito, di stendere un disegno di legge che non è azzardato definire di tipo tedesco, misto, a base proporzionale e con sbarramento alto. Nel frattempo, il referendum, sostenuto da un pezzo importante dei Ds e della Margherita, porta dritto a un modello ipermaggioritario in cui, peraltro, non è nemmeno sicuro (anzi è altamente improbabile) che il simbolo del Pd compaia sulla scheda elettorale, dato che la “legge Guzzetta” spinge di base verso la creazione di due grandi cartelli elettorali, uno di qua e uno di là, e chi prende un voto in più vince.
Tatticismo esasperato? Confusione? Gioco al massacro? C’è questo e altro nello stallo del Pd sulla legge elettorale, che non registra passi avanti nel giorno in cui i referendari sostengono a mezza voce - l’annuncio ufficiale è ancora di là da venire - di aver ormai raggiunto le 500 mila firme necessarie a promuovere la consultazione. Certo è che ieri il convegno promosso dal comitato organizzatore a palazzo Marini, che ha ospitato la sfilata di esponenti di tutti i partiti, ha offerto la rappresentazione plastica della babele di posizioni nella principale forza della maggioranza. «È evidente che un partito non può permettersi troppe posizioni e risposte diverse di fronte a una domanda così importante», riconosce Parisi, forse con l’intento di smussare la polemica interna. Inutile, perché tutt’intorno è guerra aperta. Dopo il battibecco tra il ministro della Difesa e il futuro segretario democratico Walter Veltroni, referendario non firmante, stavolta è toccato al Guardasigilli Clemente Mastella rendere la botta a Parisi: «C’è chi gioca a fare il piccolo Ulisse con il cavallo di Troia del referendum. Esprimo solidarietà a Veltroni che si è espresso con grande serietà, mentre ci sono ministri della Repubblica, ovvero Parisi e Santagata, che fanno i partigiani del referendum».
L’imbarazzo di Veltroni, tirato per la giacca da una parte e dall’altra, è a sua volta la perfetta fotografia della situazione. I referendari provano a far buon viso a cattivo gioco («Lo show di Veltroni ha fatto fare un balzo nella raccolta delle firme», dice il costituzionalista Stefano Ceccanti), ma la verità è che dietro la cautela del leader in pectore non c’è solo, come dichiarato, la volontà di tutelare la stabilità del governo, bensì il tentativo di provare a giocare un’altra e più ambiziosa partita. Più di una volta Veltroni è intervenuto pubblicamente per dirsi contrario al modello elettorale che sortirebbe dalle urne. La prima volta il 2 giugno scorso, quando era ancora impensabile il suo approdo alla segreteria del Pd, l’ultima volta la settimana scorsa, quando intervistato in tv ha aperto a geometrie variabili in tema di alleanze future. La democrazia governante che il sindaco di Roma ha invocato nel discorso del Lingotto non si sposa con il bipolarismo coatto, che il referendum potrebbe addirittura esasperare. E Veltroni sa bene che l’iniziativa “tedesca” di Bianco ha il sostegno di molti grandi elettori democratici.
Massimo D’Alema è stato il primo ad aprire, subito dopo la crisi di governo. Franco Marini e Dario Franceschini, vice-Veltroni, sono d’accordo. Senza dimenticare Francesco Rutelli, che proprio intorno a scenari tedeschi sta cesellando il suo manifesto democrat. Nel Pd si lavora sottobanco in questa direzione, però non si può e non si vuole dire. E questo lascia ancora spazio alle posizioni di bandiera. Cosicché Ceccanti, sostenitore del referendum, prova a rilanciare il primo amore degli ulivisti doc: «Quelli a doppio turno - sostiene - sono i sistemi più flessibili. Fin qui non li voleva il centrodestra perché pensava a priori che i suoi elettori votassero di meno al secondo turno. Le recenti amministrative hanno dimostrato che questa volta a votare di meno al secondo turno sono stati gli elettori di centrosinistra. Quindi la pregiudiziale contro il doppio turno dovrebbe cadere». Dovrebbe. In realtà nulla si muove in questo senso sul fronte della Cdl. Fini non segue. Roberto Maroni dice che la Lega è prona a impegnarsi per far fallire il quorum. L’Udc continua a strizzare l’occhio ai “tedeschi”. Forza Italia idem. I costituzionalisti referendari, consci dello smottamento verso lidi teutonici, hanno già messo una pezza e giurano che, seppur approvato, il ddl Bianco non eviterebbe il referendum. Altri loro colleghi ribattono di no. La disputa è aperta. E in questa confusione il Pd tiene aperti tutti i forni. Marco Filippeschi, responsabile Istituzioni dei Ds, sostiene il referendum ma spiega che «un modello tedesco vero potrebbe essere la soluzione». Giovanna Melandri fa la ventriloqua di Veltroni e sostiene che, per carità, grande iniziativa il ricorso alle urne, ma il suo esito sarebbe un «salto troppo brusco» per il sistema politico attuale. Il margheritino Pierluigi Mantini, ex parisiano, aggiunge che «il modello elettorale referendario «giustifica le perplessità di Veltroni». E ricapitolare si fa sempre più complicato.

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