giovedì 21 giugno 2007

Per Prodi la garanzia è il doppio lavoro di Veltroni

Il Riformista
21/6/07

di Stefano Cappellini

Quando Romano Prodi si è trovato faccia a faccia con Walter Veltroni, ieri pomeriggio a palazzo Chigi, le prime parole del premier al candidato più acclamato alla segreteria del Partito democratico hanno subito sancito il via libera: «Se vuoi candidarti non ho nulla in contrario, il tuo impegno fa bene al Pd». Questo Veltroni aveva bisogno di sentirsi dire, prima di sciogliere la riserva e prepararsi al doppio lavoro di segretario del Pd e sindaco di Roma. Uno sdoppiamento che tormenta non poco Veltroni, che si è preso ancora qualche ora prima di dare una risposta definitiva, consapevole però di non aver più molti argomenti per dire no al corteggiamento universale di cui è oggetto.
Dopo il coro generale di leader e maggiorenti di Ds e Margherita, mancava solo il via libera di Prodi. E non era scontato. Il premier si è trovato di fronte a uno scenario accelerato, che ha travolto tutti i paletti che lui stesso aveva fissato a garanzia della premiership: la distinzione dei ruoli tra governo e partito, il congelamento della successione a palazzo Chigi. Una serie di garanzie in teoria annullate con uno come Veltroni in campo. In teoria. Perché a convincere Prodi a benedire il metodo dell’elezione diretta del leader alle primarie del 14 ottobre, nel corso di un lungo colloquio domenica scorsa, è stata la stessa persona che il lunedì mattina ha incontrato il sindaco di Roma per chiedergli di fare un passo avanti: Arturo Parisi. Lo stesso Parisi, nella sua opera di convincimento, ha spiegato a Prodi perché la discesa di campo di Veltroni è la miglior garanzia di un Pd amico di palazzo Chigi. Può Walter assecondare movimenti di crisi, scenari di urne anticipate nella situazione in cui si trova, cioè dovendo portare avanti il doppio lavoro di cui sopra? No, è stata la risposta convinta del Prof. «Veltroni è tra tutti i possibili leader quello che ha più interesse ad arrivare alla scadenza naturale della legislatura», ha ribadito al premier anche Giulio Santagata. E un altro prodiano, Andrea Papini, spiega così i benefit dell’operazione: «Al Pd non serve un segretario che faccia l’ala destra o l’ala sinistra, uno che butti sempre più avanti la palla, ma uno che insieme a Prodi si faccia carico di ottenere sintesi e mediazione». E chi, dunque, meglio di Walter, mediatore per eccellenza? «Non è detto che ciò che accade a sorpresa sia un male», chiosa dunque il portavoce del governo Silvio Sircana al volgere del Veltroni Day.
Naturalmente, la soluzione ha delle controindicazioni. Prodi non fa mistero di essere preoccupato di una primaria a candidato unico come quella che si prefigura. E dal suo staff si precisa che quella di ieri non è un’investitura, nel senso di un sostegno diretto il 14 ottobre. Parisi continua a ripetere di non aver cambiato programma e di essere pronto a presentarsi alle primarie a sua volta in caso di candidato unico, non “contro” Veltroni, naturalmente, ma per riaffermare lo spirito pluralistico della competizione. E tra i parisiani doc, dove si pensa che Rutelli potrebbe non aver accantonato l’idea di scendere in campo comunque, il concetto viene ribadito. Sostiene Franco Monaco: «Veltroni è un ottimo candidato, però non è auspicabile lo scenario della candidatura unica, al riparo della quale non si manifesterebbero le diverse visioni del Pd che a mio avviso ci sono, eccome, e che dovrebbero essere portate in superficie ed essere oggetto di un pubblico». E per scongiurare il finto «unanimismo» paventato da Monaco, Papini rafforza il concetto: «Mi piacerebbe che uno come Bersani scendesse in pista, sarei curioso di sapere per esempio se al nord ha più consensi lui o Veltroni». Difficile che Papini sia accontentato dopo la presa di posizione di Piero Fassino («I Ds sono con Veltroni»), dichiarazione che per il suo carattere di bandiera ha fatto storcere il naso sia ai parisiani che ai rutelliani. A mettere d’accordo tutti, forse, penserà oggi Veltroni.

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