domenica 24 giugno 2007

La sindrome del plebiscito

da La Repubblica del 21 giugno 2007, pag. 1

di Edmondo Berselli


Succede talvolta che la politi­ca subisca un'accelerazione impensata. È stato sufficiente l'annuncio che l'elezione del lea­der del Partito democratico av­verrà in modo diretto, attraverso la sovranità popolare, e tutto ciò che si diceva della nascita del Pd, che era un incontro di oligarchie, che si trattava di una fusione fredda, che era gestita esclusivamente dai cor­ridoi di partito, è stato superato.



C’è volutoun atto di coraggio di Romano Prodi, o forse di rasse­gnazione: ma in ogni caso si è innescata una miccia che farà brillare l'ordigno sclerotizzato della politica italiana: si co­mincia a intravedere l'oppor­tunità di un processo di democratizzazione radicale i cui ri­sultati potrebbero risultare de­cisivi per un recupero di credi­bilità dell'intero sistema politi­co.



Ci sarà tempo per osservare gli effetti di questa decisione, un'onda d'urto che dovrebbe investire anche il centrodestra: perché non è pensabile il per­durare di un'asimmetria che veda da un lato un partito di mobilitazione, all'americana, e dall'altro un partito proprie­tario, gestito dal suo titolare. Ma nello stesso tempo occorre chiarire subito che il Big Bang del Partito democratico, per­ché di questo si tratta, non può e non deve essere neutralizza­to da manovre preventive di composizione, di negoziato in­terno, di smussamento dei contrasti: l'elezione del leader è un'eccezionale occasione perché si manifestino, e si me­scolino, appartenenze, idea­lità, valori, culture.



E quindi la ricchezza poten­ziale di questo confronto non può essere sprecato in vista di un plebiscito. Vanno guardate con preoccupazione, se non con sospetto, le esitazioni e i surplace che stanno accoglien­do la svolta «democratica»: mentre si fanno più intense le pressioni perché Walter Veltroni si assuma la responsabi­lità politica e civile dell'ingres­so in campo, al punto che gli sarà praticamente impossibile sottrarsi alla chiamata, comin­ciano invece a manifestarsi le perplessitàdei suoi competito­ri. Ad esempio sembra che Francesco Rutelli sia intenzio­nato a sottrarsi al rischio di un confronto; e il suo esempio po­trebbe indurre altri possibili protagonisti a uscire dall'are­na.



Conviene ripeterlo. Un pro­dotto politico come il Partito democratico non può nascere in provetta. Non si può immaginare che due congressi di partito, lo scioglimento di Ds e Margherita e l'assemblea costituente del 14 ottobre condu­cano a un risultato preconfe­zionato e a una leadership pre­definita. Anzi, in questo mo­mento è urgente che le miglio­ri personalità dell'area «demo­cratica» entrino in campo e giochino la loro partita. Non per una questione di persona­lismo: ma perché intorno alle figure di Rutelli, di Bersani, del­la Finocchiaro, e di chiunque volesse giocarsi con la necessa­ria spregiudicatezza un futuro politico di primo piano, ruota­no anche culture, sensibilità politiche, memorie e proiezio­ni verso un'idea di società desiderabile.



Tutto questo non può essere lasciato al patteggiamento fra correnti, partiti o leader. L'opi­nione pubblica apprezzerà un confronto leale sui temi in gio­co. Molti hanno notato che la spiazzante mossa d'apertura di Dario Franceschini, che ha dichiarato con chiarezza il pro­prio voto per Veltroni, è stato una carta pesante giocata sul tavolo politico: che un leader della Margherita spinga la can­didatura di un leader diessino rappresenta un modo spetta­colare per fare respirare il con­fronto politico, fuori da condi­zionamenti e logiche di clan.



Una volta tanto, c'è spazio per il coraggio più che per le mediazioni. I leader del centro­sinistra dovrebbero riflettere sul fatto che è possibile che la casella numero uno sia già sta­ta assegnata, dall'umore popo­lare e dalle sensazioni che si respirano in politica. Ma in primo luogo questa eventualità non è una necessità deterministica. E secondariamente le primarie dei democratici non sono sol­tanto l'evento che fonda il par­tito; sono anche lo strumento per scremare la sua classe diri­gente, definendo la forza relati­va di ogni protagonista e la sua credibilità pubblica. È un gio­co, per certi aspetti; ma richie­de dai giocatori un impegno senza veli. Altrimenti, i cittadi­ni, gli elettori, avrebbero ragio­ne di pensare che chi si sottrae adesso, nel momento del gioco duro, chi fa calcoli troppo pru­denti, chi valuta in modo trop­po certosino il proprio interes­se personale, non avrà titoli di merito per rientrare più avanti, quando il gioco sarà più facile.

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