da Il Riformista del 21 giugno 2007, pag. 7
di Andrea Romano
Il blairismo, o meglio ancora l'ampio pacchetto di "blairismi nazionali" che la sinistra europea ha conosciuto in questi anni, è stato un fenomeno assai più ampio e rilevante delle intuizioni politiche direttamente partorite da Tony Blair. Un fenomeno che si è identificato con la stagione storica degli anni Novanta, con la ricerca di una fisionomia politica e identitaria capace di aggiornare quel compromesso socialdemocratico che nella sua versione classica era giunto nei primi anni Novanta ad un punto di crisi irreversibile.
E allora perché Tony Blair e il blairismo finiscono per incarnare assai meglio di altri lo spirito di rinnovamento di quella stagione? Perché nell'esperienza del laburismo britannico noi tutti riconosciamo una capacità di leadership che altrove abbiamo visto assai più flebile e appannata. Il senso ultimo dell'innovazione politica si è incarnato nella responsabilità, nel coraggio e nel gusto della battaglia politica in modi e misure tali da non avere uguali nei dirigenti europei degli stessi anni. E non sembri questa una esaltazione delle virtù taumaturgiche o superomistiche di un leader politico niente affatto senza macchia e senza paura. Possiamo anche immaginare che Tony Blair sia stato nel suo profilo personale un uomo dotato di un livello di coraggio medio o fors'anche meno che medio. Non conosciamo - né ci interessa conoscere ai fini di una valutazio-ne della sua eredità politica - la solidità delle sue più intime convinzioni morali e la coerenza con la quale conduce la sua vita privata. Al contempo non si può non vedere come la struttura del linguaggio politico britannico, insieme con la tradizione istituzionale nella quale si inserisce il ruolo del leader politico, abbiano richiesto e favorito l'emersione di una forte e trasparente carica di comando nella sua stagione di governo: d'altra parte Blair non è stato certo la prima né l'ultima incarnazione di quella figura di "convinction leader" che ha rappresentato una costante della storia politica della Gran Bretagna. Ma quel che è necessario rilevare ai fini di una riflessione sul senso politico della sua stagione, soprattutto se vista da sinistra, è il decisivo valore aggiunto che la sua capacità di leadership ha portato alla scommessa sull'innovazione politica e culturale del socialismo britannico. Quella scommessa non sarebbe mai stata vinta se Blair non fosse riuscito a riempirla di leadership di altissima qualità, della rivendicazione di una responsabilità morale e personale nei riguardi delle parole d'ordine su cui chiedeva consenso e investimento politico.
Responsabilità, coerenza, coraggio di condurre battaglie ideali e culturali in campo aperto. Sono stati questi gli ingredienti di una leadership che ricorderemo per uno stile di straordinaria forza politica assai più che per i suoi contenuti propriamente programmatici. Così come sono questi i punti lungo i quali condurre l'inevitabile confronto tra la tempra politica di Blair e del blairismo e quella mostrata dalle classi dirìgenti della sinistra italiana. Nelle settimane in cui la vicenda ormai tribale del vertice Ds si avvia a mesta conclusione, trascinando con sé chissà per quanti anni le fortune elettorali del centrosinistra, la differenza tra due stili e due parabole di gruppo appare in tutta la sua evidenza. Da una parte una leadership che non ha temuto di affrontare le intemperie e lo scontro, perché dalla chiarezza e dalla coerenza ricavava la propria forza. Dall'altra la dissimulazione elevata a metodo politico, il familismo come strategia, la tutela da ogni rischio come cifra della propria stagione.
Più ancora che sulla percezione di coerenza e incoerenza di una classe dirigente, contano soprattutto gli effetti diversi che tutto ciò ha prodotto sulla sinistra britannica e quella italiana. Nel primo caso il ciclo di governo blairiano ha conosciuto fasi anche molto diverse di consenso elettorale, più forte all'inizio e naturalmente più debole verso la fine del decennio. Così come non è mai venuta meno, dall'interno della sinistra britannica, una dissidenza anche molto acuta nei confronti delle scelte più eterodosse di Blair. E tuttavia proprio la rivendicazione della leadership dinanzi ai passaggi più ripidi della sua azione di governo, proprio la capacità di tenere il punto politico quando era più difficile ha permesso a Blair di mantenere sostanzialmente intatto il capitale di consenso dei Laburisti. Così come ha consentito al suo partito di allargarne lo spazio in direzione di una parte dell'elettorato esterna alla sua tradizione ma sensibile al valore della responsabilità politica. Infine, può essere ascritto tra i successi del blairismo anche l'avere spinto i Conservatori ad abbandonare l'angolo del nostalgismo thatcheriano per misurarsi con i temi del progressismo ampio e versatile su cui si è qualificato il decennio neolaburista.
Che dire, invece, del caso italiano? Vale davvero la pena ricordare ancora una volta il mesto declino delle fortune elettorali dei Ds, la contrazione secca dei confini complessivi dell'area di sinistra, l'assenza di qualsiasi effetto sulla fisionomìa della destra italiana? Possiamo continuare a far finta che il progetto del Partito democratico, così come concretamente sta nascendo, non sia prima di tutto il risultato della sconfitta strategica del progetto Pds-Ds? E infine, siamo davvero sicuri che su questo cupo scenario non abbiano contato niente le qualità personali del gruppo dirigente e in particolare la capacità di essere leader anche a costo di qualche rischio?
È un confronto mesto e sconsolante, quello tra la vicenda storica del blairismo e la parabola dell'ultima classe dirigente prodotta dai Democratici di Sinistra. Ma è anche un confronto inevitabile, nel momento in cui il blairismo conclude la propria storia, per tenere a mente gli errori che dovranno essere risparmiati alla sinistra italiana nel futuro anche meno immediato se si vorrà nutrire una qualche speranza di poter tornare a governare questo paese.
NOTE
Anticipazione dell'articolo che sarà pubblicato sul prossimo numero de "Le Ragioni del Socialismo"
Nessun commento:
Posta un commento