domenica 24 giugno 2007

La lezione del "blairismo" oltre Blair

da Il Riformista del 21 giugno 2007, pag. 7

di Andrea Romano




Il blairismo, o meglio ancora l'ampio pacchetto di "blairismi nazionali" che la sinistra euro­pea ha conosciuto in questi an­ni, è stato un fenomeno assai più ampio e rilevante delle intuizio­ni politiche direttamente parto­rite da Tony Blair. Un fenomeno che si è identificato con la sta­gione storica degli anni Novan­ta, con la ricerca di una fisiono­mia politica e identitaria capace di aggiornare quel compromes­so socialdemocratico che nella sua versione classica era giunto nei primi anni Novanta ad un punto di crisi irreversibile.



E allora perché Tony Blair e il blairismo finiscono per incar­nare assai meglio di altri lo spi­rito di rinnovamento di quella stagione? Perché nell'esperien­za del laburismo britannico noi tutti riconosciamo una capacità di leadership che altrove abbia­mo visto assai più flebile e appannata. Il senso ultimo dell'innovazione politica si è incarna­to nella responsabilità, nel coraggio e nel gusto della batta­glia politica in modi e misure ta­li da non avere uguali nei dirigenti europei degli stessi anni. E non sembri questa una esalta­zione delle virtù taumaturgiche o superomistiche di un leader politico niente affatto senza macchia e senza paura. Possia­mo anche immaginare che Tony Blair sia stato nel suo profilo personale un uomo dotato di un livello di coraggio medio o fors'anche meno che medio. Non conosciamo - né ci interessa co­noscere ai fini di una valutazio-ne della sua eredità politica - la solidità delle sue più intime convinzioni morali e la coeren­za con la quale conduce la sua vita privata. Al contempo non si può non vedere come la struttura del linguaggio politico britannico, insieme con la tradizio­ne istituzionale nella quale si in­serisce il ruolo del leader politi­co, abbiano richiesto e favorito l'emersione di una forte e tra­sparente carica di comando nel­la sua stagione di governo: d'al­tra parte Blair non è stato certo la prima né l'ultima incarnazio­ne di quella figura di "convinction leader" che ha rappresen­tato una costante della storia politica della Gran Bretagna. Ma quel che è necessario rile­vare ai fini di una riflessione sul senso politico della sua stagio­ne, soprattutto se vista da sini­stra, è il decisivo valore aggiun­to che la sua capacità di leader­ship ha portato alla scommessa sull'innovazione politica e cul­turale del socialismo britanni­co. Quella scommessa non sa­rebbe mai stata vinta se Blair non fosse riuscito a riempirla di leadership di altissima qualità, della rivendicazione di una re­sponsabilità morale e persona­le nei riguardi delle parole d'ordine su cui chiedeva con­senso e investimento politico.



Responsabilità, coerenza, coraggio di condurre battaglie ideali e culturali in campo aperto. Sono stati questi gli in­gredienti di una leadership che ricorderemo per uno stile di straordinaria forza politica assai più che per i suoi conte­nuti propriamente program­matici. Così come sono questi i punti lungo i quali condurre l'inevitabile confronto tra la tempra politica di Blair e del blairismo e quella mostrata dalle classi dirìgenti della sini­stra italiana. Nelle settimane in cui la vicenda ormai tribale del vertice Ds si avvia a mesta con­clusione, trascinan­do con sé chissà per quanti anni le fortune eletto­rali del centrosinistra, la diffe­renza tra due stili e due para­bole di gruppo appare in tutta la sua evidenza. Da una parte una leadership che non ha te­muto di affrontare le intempe­rie e lo scontro, perché dalla chiarezza e dalla coerenza ri­cavava la propria forza. Dal­l'altra la dissimulazione eleva­ta a metodo politico, il famili­smo come strategia, la tutela da ogni rischio come cifra del­la propria stagione.



Più ancora che sulla perce­zione di coerenza e incoerenza di una classe dirigente, contano soprattutto gli effetti diversi che tutto ciò ha prodotto sulla sinistra britannica e quella ita­liana. Nel primo caso il ciclo di governo blairiano ha conosciu­to fasi anche molto diverse di consenso elettorale, più forte all'inizio e naturalmente più debole verso la fine del decen­nio. Così come non è mai venu­ta meno, dall'interno della sini­stra britannica, una dissidenza anche molto acuta nei confron­ti delle scelte più eterodosse di Blair. E tuttavia proprio la ri­vendicazione della leadership dinanzi ai passaggi più ripidi della sua azione di governo, proprio la capacità di tenere il punto politico quando era più difficile ha permesso a Blair di mantenere sostanzialmente in­tatto il capitale di consenso dei Laburisti. Così come ha con­sentito al suo partito di allar­garne lo spazio in direzione di una parte dell'elettorato ester­na alla sua tradizione ma sensi­bile al valore della responsabilità politica. Infine, può essere ascritto tra i successi del blairi­smo anche l'avere spinto i Con­servatori ad abbandonare l'an­golo del nostalgismo thatcheriano per misurarsi con i temi del pro­gressismo ampio e versatile su cui si è qualificato il decen­nio neolaburista.



Che dire, invece, del caso italiano? Vale davvero la pe­na ricordare ancora una volta il mesto declino delle fortune elettorali dei Ds, la con­trazione secca dei confini com­plessivi dell'area di sinistra, l'as­senza di qualsiasi effetto sulla fisionomìa della destra italiana? Possiamo continuare a far finta che il progetto del Partito de­mocratico, così come concreta­mente sta nascendo, non sia pri­ma di tutto il risultato della sconfitta strategica del progetto Pds-Ds? E infine, siamo davve­ro sicuri che su questo cupo sce­nario non abbiano contato nien­te le qualità personali del grup­po dirigente e in particolare la capacità di essere leader anche a costo di qualche rischio?



È un confronto mesto e sconsolante, quello tra la vi­cenda storica del blairismo e la parabola dell'ultima classe di­rigente prodotta dai Democra­tici di Sinistra. Ma è anche un confronto inevitabile, nel mo­mento in cui il blairismo con­clude la propria storia, per te­nere a mente gli errori che do­vranno essere risparmiati alla sinistra italiana nel futuro an­che meno immediato se si vorrà nutrire una qualche spe­ranza di poter tornare a gover­nare questo paese.

NOTE

Anticipazione dell'articolo che sarà pubblicato sul prossimo numero de "Le Ragioni del Socialismo"


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