da Corriere della Sera del 6 aprile 2007, pag. 13
di Monica Guerzoni
«Fine del partito personale, ora la Margherita ha un dirigenza plurale». Il ministro che lascia il Nazareno senza nulla dichiarare ufficialmente consegna, sotto anonimato, la rivoluzione al vertice formalizzata da un nervoso ufficio di presidenza. Non ci sarà uno sfidante di Francesco Rutelli al congresso di Cinecittà, ma l'accordo tra il leader e Franco Marini (che ha firmato la candidatura unica del vicepremier) ridimensiona drasticamente i poteri del presidente. Pace fatta, a caro prezzo e nell'ennesima giornata di polemiche all'ombra della Quercia, mentre tra Palazzo Chigi e le sedi dei partiti si discute sull'opportunità di aprire in extre-mis le porte del Pd, come hanno chiesto con forza Parisi, Veltroni, Amato.
Nazareno, sede della Margherita. La cura dimagrante imposta a Rutelli è scritta in tre sostanziali modifiche allo statuto. Aumenta il peso del coordinatore Antonello Soro, l'ex Ppi cui toccherà la nomina dell'esecutivo. I poteri del congresso passano all'assemblea federale, dove gli ex dicci hanno la maggioranza. Terza novità, i rappresentanti dielle negli organi costituenti del Pd saranno nominati non dal leader ma dalla direzione. «Intesa onorevole — dichiara chiuso lo scontro il ministro Beppe Fioroni, braccio destro di Marini —. Si è ricostituito il feeling tra Popolari e Rutelli, che non si basa più sulle quote ma su una redistribuzione dei poteri».
Clima «depresso» rivela chi c'era, ma anche momenti di forte tensione. Quando il ministro dei Beni culturali attacca Willer Bordon, ideatore del controcongresso degli ultra ulivisti fissato per il 18 aprile e quando Arturo Parisi dice quel che pensa su quella «fredda sommatoria» che è diventato il Pd e annuncia due «scelte di verità» gravide di conseguenze politiche: «Al congresso andrò da semplice iscritto e non sottoscrivo la candidatura di Rutelli perché abbiamo idee diverse sulla prospettiva, la democrazia e la natura del Pd».
Via Nazionale, sede dei Ds. La giornata inizia con l'intervista di Piero Fassino all'Espresso. «Io sono quello che ci lavora di più al Pd e con più determinazione...». È stanco, quel «faticone» del segretario, ma quando Giampaolo Pansa lo punzecchia sulla leadership lui si candida, purché il voto sia segreto: «Non penso di avere meno titoli di altri e forse ne ho qualcuno in più». Montezemolo alla guida della Cdl? «So che molti lo sollecitano — risponde Fassino — E che lui è attratto. Ma perché dovrebbe candidarsi contro un centrosinistra che vuoi far crescere l'Italia?». Infatti, giura l'interessato, non si candida: «Io non scendo in politica—è la replica di Montezemolo — Scendo in pista».
Ancora frizioni tra Fassino e Mussi e pure tra Mussi e D'Ale-ma, col segretario che accusa il ministro di voler tornare al-l'89 prima del crollo del Muro di Berlino, il ministro che replica «è il Pd che torna al '700» e poi accusa l'inquilino della Farnesina di «cancellare le tracce» di una lunga storia comune, quella della sinistra italiana. E c'è da registrare anche la frenata della minoranza in Calabria, dove delegati e dirigenti della mozione Mussi frenano sulla scissione: «Non vediamo un progetto politico chiaro».
Che fare, dunque? Allargare il Pd o rassegnarsi alla «fusione fredda» tra Ds e Margherita? Appellato da più parti, il leader dello Sdi Enrico Boselli (che sul tema ha convocato un congresso straordinario) ringrazia e declina: «Un compromesso storico bonsai è cosa molto diversa dall'Ulivo di Prodi». Amato insiste, dice che col 2% non si governa? «Forse non se n'è accorto, ma io sto cercando di far nascere un partito socialista più grande». Il Ds Migliavacca apre a «tutti i pezzi della diaspora socialista», ma chiude ai Radicali: «Non vogliamo un cartello elettorale».Pannella sogna un Pd «di tipo anglosassone». Pecoraro Scanio si tiene alla larga da una formazione «industrialista e conservatrice». E Antonio Di Pietro si autoinvita: «L'Idv ha le carte in regola».
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