Europa
di ROBERTO DELLA SETA
03-03-2007
Se vuole vincere le elezioni a capo di una coalizione che comprende anche una forte sinistra “antagonista”, oggi un leader riformista ha una scelta obbligata: mascherarsi in campagna elettorale, limitarsi all’ordinaria amministrazione una volta che abbia vinto e governi. Messa così, lo capisco, è un’iperbole, ma io credo che le cose stiano più o meno così. In Italia Romano Prodi ha vinto d’un soffio le elezioni potendo contare sul formidabile cemento anti-berlusconiano che teneva insieme posizioni che vanno da Fisichella a Caruso. Certo non le ha vinte grazie al coraggio e alla c h i a r e z z a riformisti della sua proposta agli italiani. Oggi per sopravvivere è costretto un po’ a barcamenarsi – paci fista e atlantista, cambiare le pensioni senza toccare l’età pensionabile, sì alla Tav in Val di Susa col consenso delle popolazioni che non la vogliono – ma soprattutto a spostare la ragione sociale del suo governo dal programma di politica estera, politica economica, politica sociale, politica ambientale, a un tema squisitamente extra-governativo com’è la riforma della legge elettorale. In Francia, dove Ségolène Royal per sperare di fare il pieno al primo turno tenendo a distanza lo spauracchio Bayrou e di vincere contro Sarkozy al ballottaggio ha bisogno di pescare in tutti gli elettorati, le cose stanno andando più o meno allo stesso modo. Su quasi tutti i grandi temi in agenda nella campagna elettorale, Ségo dice e non dice, ammicca in ogni direzione, insomma si barcamena. Questo è davvero il guado che vede oggi impantanati tanti riformismi occidentali, da Romano Prodi a Hillary Clinton a Ségolène Royal. Le analisi della realtà, le idee su come orientare in senso riformista la globalizzazione e le sue ricadute nazionali e locali – cioè nella sostanza su come operare per rendere tali processi socialmente più equi e ambientalmente sostenibili – sono infinitamente, irriducibilmente distanti da quelle della sinistra antagonista: che si tratti di liberalizzare i mercati protetti o di riformare il welfare o, per venire a vicende più italiane, che si parli di Afghanistan o di rigassificatori, sempre più spesso i punti di vista su dove stia il “progresso” sono agli antipodi. D’altra parte, non solo perdere il sostegno della “sinistra-sinistra” condannerebbe i riformismi alla scon- fitta, ma li esporrebbe al rischio di appiattirsi su visioni e posizioni moderate e rinunciatarie, di assomigliare senza diversità apprezzabili alla destra di Sarkozy o magari di Fini. C’è via d’uscita da questo circolo vizioso? Forse l’unica è che il riformismo rivendichi e valorizzi il proprio essere altro, incompatibilmente altro, dalla sinistra antagonista. Ma anche il proprio essere altro dal suo stesso passato, che si rinnovi convincendosi e convincendo di essere la sola via realistica per fronteggiare con radicalità i problemi nuovi del XXI secolo: i mutamenti climatici, le antiche povertà del Sud del mondo e le nuove povertà di casa nostra, la difficoltà di passare da un welfare che “protegge” a un welfare che premi i meritevoli e aiuti i più deboli ad avere pari opportunità con tutti gli altri, una politica troppo in balìa dei poteri economici, un’economia che in paesi come il nostro per non smarrirsi va proiettata nell’innovazione e nella valorizzazione delle risorse immateriali di cui siamo più ricchi (conoscenza, coesione sociale, ambiente, cultura). Serve insomma un riformismo nuovo, che dica chiaro e forte che andare in pensione a 57 anni non è il massimo del progresso e della socialità, ma che insieme gridi che vuole cambiare il mondo attuale facendolo più giusto e più sicuro. Solo un riformismo così, un Partito democratico così, possono permettersi di andare con Casini, cosa che comincio a ritenere buona e giusta, senza perdere né la faccia né l’anima.
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