sabato 3 marzo 2007

LE TRE SINISTRE

La Stampa
Luca Ricolfi



03-03-2007

Una crisi inutile, che ha solo fatto perdere due settimane al Parlamento? È la prima cosa che viene da pensare, visto che il nuovo governo ha lo stesso presidente del Consiglio, ha gli stessi ministri, ha la stessa maggioranza (a parte lo scambio Follini-De Gregorio), e soprattutto ha scelto di sottolineare la continuità fra il prima e il dopo crisi: i 12 «punti irrinunciabili» di Prodi non sono un nuovo programma, ma una sorta di distillato di quello originario, delle famigerate 281 pagine enfaticamente intitolate «Per il bene dell'Italia». Tutto come prima, dunque? Non esattamente. La crisi che ha disarcionato e rimesso in sella Prodi ha avuto almeno due effetti importanti. Il primo è di togliere a Prodi stesso l'alibi usato fin qui per giustificare i ritardi e le inadempienze del suo governo: «È colpa dei partiti, io avrei voluto fare questo e quest'altro, ma i partiti non me l'hanno permesso». Poiché - finalmente - i partiti si sono solennemente impegnati a lasciare a Prodi l'ultima parola su tutte le questioni controverse, d'ora in poi l'eventuale ignavia del governo non potrà più essere imputata alle divisioni dei partiti che lo sostengono. Non è detto che Prodi voglia usare il potere che (incautamente?) ha preteso dai suoi, ma è indubbio che, se non lo userà e si lascerà paralizzare dalle «diverse sensibilità» presenti nel centro-sinistra, avrà perso l'ultima occasione di ricostituire il capitale di autorevolezza dissipato negli ultimi mesi. Ma c'è un secondo effetto della crisi, forse ancora più importante del primo. La crisi del governo Prodi, precipitata dieci giorni fa ma in atto da parecchi mesi, ha cominciato a diradare la nebbia che avvolge il panorama politico della sinistra. Ora che quella crisi si è consumata, è più facile vedere che oggi in Italia non abbiamo due sinistre, ma ne abbiamo tre. C'è la sinistra che ha causato la crisi, e che dalla crisi è uscita con le ossa rotte. È la sinistra che alcuni chiamano estremista, altri massimalista (perché «vuole la luna», secondo la felice espressione di Ingrao), ma che io preferisco chiamare radcon, ossia radicalmente conservatrice. Anti-americana, anti-israeliana, anti-clericale, anti-moderna, questo tipo di sinistra pensa che la società andrebbe rifatta dalle fondamenta, ma al tempo stesso è convinta che la maggior parte delle riforme di cui si discute effettivamente (mercato del lavoro, pensioni, scuola, sanità...) possano solo peggiorare le condizioni dei lavoratori: quindi - coerentemente - tende a stoppare qualsiasi cambiamento che tocchi questo tipo di materie. C'è poi una sinistra che, per molti versi, è l'esatto contrario della precedente. È la sinistra liberale, modernizzatrice, che a me piace chiamare radcam perché la sua stella polare è lo scongelamento del sistema, ossia un radicale cambiamento delle regole del sistema Italia. Le sue parole d'ordine sono liberalizzazioni, concorrenza, meritocrazia, competitività, abbassamento delle aliquote, federalismo fiscale, flessibilità, ammortizzatori sociali, riforma del Welfare. La sua analisi della società italiana è opposta a quella della sinistra radcon, perché opposte sono le rispettive concezioni dell'eguaglianza. Per la sinistra radcon le diseguaglianze si combattono trasferendo risorse dai ricchi ai poveri, e la modernizzazione del sistema è innanzitutto fonte di nuovi rischi, nuove diseguaglianze, nuove povertà. Per la sinistra radcam, tutto al contrario, le disuguaglianze si combattono innanzitutto promuovendo il merito, ed è proprio l'immobilismo, il lasciare le cose come stanno, che finisce col punire i ceti deboli, confinandoli nella loro condizione di subalternità. Anche questo secondo tipo di sinistra è uscita piuttosto malconcia dalla crisi del governo Prodi. Messa nell'angolo in autunno, durante l'elaborazione della Finanziaria (ricordate le scomuniche verso i «volenterosi»?), la sinistra modernizzatrice non ha ottenuto alcuna garanzia di un'inversione di tendenza né nei mesi scorsi né nell'ultima crisi di governo: Padoa-Schioppa ha più volte ribadito che, nonostante il buon andamento del gettito, le aliquote non scenderanno almeno fino al 2009, Prodi ha congegnato i 12 punti irrinunciabili del suo mini-programma evitando accuratamente di assumere impegni precisi sulle materie che scottano. Di questa sconfitta, finora, hanno preso pubblicamente atto solo Nicola Rossi (che si è dimesso dai Ds intorno a Capodanno) e Daniele Capezzone (che ieri si è rifiutato di votare la fiducia al nuovo governo Prodi), ma basta parlare in privato con un esponente qualsiasi di area liberal per rendersi conto di quanto la delusione sia cocente e diffusa. Fra queste due sinistre, entrambe minoritarie nel ceto politico dell'Unione, si situa la terza sinistra, che è anche la più importante, la più autorevole, e soprattutto la più ampia e potente. Alcuni la chiamano sinistra riformista, o riformatrice. Altri la sognano compattata nel futuro Partito Democratico, traghettata in quel luogo mitico dall'instancabile ed eroico lavoro di Piero Fassino. È la grande vincitrice di questa crisi, e l'azionista di maggioranza del governo Prodi. Qual è la cifra della terza sinistra, della sinistra che conta? A me pare - anche se non mi fa piacere constatarlo - che alla lunga la sinistra riformista si sia data un'unica e fatale missione: tenere unito lo schieramento di sinistra, a qualsiasi costo. E che in questo titanico sforzo abbia smarrito la sua via, il senso delle cose da fare, la percezione del tempo che passa. La sinistra riformista, assennata, prudente, democratica, parla come la sinistra modernizzatrice e agisce come quella conservatrice. Vorrebbe cambiare l'Italia, ma pensa di poterlo fare solo assieme a chi ha paura del cambiamento. È per questo che va avanti con esasperante lentezza. È per questo che i suoi discorsi, le sue formule astratte, i suoi sofismi verbali suonano velleitari, o irrimediabilmente insinceri. Vedremo nei prossimi mesi se Prodi vorrà aiutare la sinistra riformista a uscire dall'impasse, o continuerà a usarla soltanto come portatrice d'acqua, a scopi di puro galleggiamento. In quest'ultimo caso, quel che dobbiamo attenderci non è una coraggiosa ripresa del cammino delle riforme (a partire da quella del Welfare: pensioni e ammortizzatori sociali), ma una ricomposizione del centrosinistra nell'unica forma che ne consente l'unità: come partito della spesa, che cerca di farsi perdonare il «prelievo eccessivo» della Finanziaria 2007 con provvedimenti mirati, rivolti ai segmenti più sensibili della propria base elettorale. Una strategia che (forse) aiuterà a ricuperare qualche voto perso per strada, ma difficilmente rispetterà il solenne impegno dell'Unione, quello di metter mano alle cose che servono «per il bene dell'Italia».

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