sabato 31 marzo 2007

I prezzi del camiciaio e l'ingannevole confine fra liberisti e dirigisti

Corriere della Sera

di PIERO OSTELLINO
31-03-2007

P orta a porta. Il generale Jean chiede: «Se, in Afghanistan, dei soldati inglesi fossero circondati dai talebani, noi italiani andremmo a tirarli fuori?». Il segretario di Rifondazione comunista, Giordano, incalzato da Vespa, risponde: «No». Qui non siamo più nel campo della politica estera o militare. Tanto meno si tratta di un'affermazione opinabile quanto ogni altra. Qui siamo fuori dal più elementare senso comune. Eppure, io sono convinto che questo governo i danni maggiori non li farà — sotto l'influsso dell' estrema sinistra — in politica estera, ma sul terreno delle libertà. E che a farli saranno i cosiddetti «riformisti». Che si stanno rivelando né liberali né democratici. Poniamo che il governo decida, per decreto, che i camiciai debbano abbassare i prezzi del 50%. Noi, che compriamo le camicie, ne saremmo felici. Ma il governo si sarebbe intromesso nella dinamica dei prezzi di un sistema di mercato e in un contratto fra privati, punendo gli uni (i camiciai) per accontentare gli altri (gli acquirenti di camicie). Il decreto Bersani (ieri trasformato in legge dal Senato), che impone alle banche (private) di eliminare la penale per chi (privato) estingue il mutuo prima del previsto e alle aziende telefoniche (private) di eliminare il costo dello scatto alla risposta e della ricarica dei telefonini (dei privati), rientra nella fattispecie «camiciai». Che cosa avrebbe dovuto fare, allora, Bersani? Avrebbe dovuto incaricare l'Antitrust di appurare se le banche non fossero legate da un «cartello» (per mantenere la penale); riformulare la legge sulla concorrenza dopo che l'Antitrust aveva appurato le distorsioni nel campo della telefonia mobile. Intendiamoci. Se il governo ha torto in punto di libertà economica, neppure le banche e le aziende telefoniche hanno del tutto ragione. E', infatti, assai probabile che, da un lato, Bersani non se la sia sentita di prenderle di petto su un terreno politicamente sensibile come quello della concorrenza, e di affrontare i tempi lunghi (anni?) di una legislazione migliore. Dall'altro, è probabile che banche e aziende telefoniche, anche se non legate da un formale «cartello», siano attente a non farsi male l'una con l'altra, combattendosi su tutto tranne che sui prezzi. E che già sappiano come recuperare le perdite in altro modo. Nessuna liberalizzazione, dunque; solo dirigismo, demagogia e populismo. Sempre il decreto Bersani prevede che, in caso di rescissione di un contratto, la Pubblica amministrazione paghi al privato il lucro cessante e non più anche il danno emergente. Contro il Codice civile e il principio pacta sunt servanda. Inoltre, per rescinderlo, fa carico al privato di non aver segnalato alla Pubblica amministrazione che il contratto ledeva l'interesse pubblico. Un abominio giuridico e logico. Poniamo che il governo decida, per decreto, che un camiciaio non possa ricavare dalla vendita delle sue camicie più di una data percentuale del giro d'affari complessivo del settore. Il disegno di legge del ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, che impone a Mediaset un limite del 45% ai suoi introiti pubblicitari, è analogo. «Mettere per legge un tetto al fatturato di un'impresa — scrive Franco Debenedetti in un pamphlet di prossima pubblicazione da Rubbettino — è cosa davvero singolare per chi riconosce nella concorrenza tra imprese il propulsore della crescita del sistema economico». La riforma Gentiloni interviene, inoltre, su una sola delle fonti di finanziamento dei tre grandi network televisivi, la pubblicità (di cui vive Mediaset), ignorando che la Rai e Sky, oltre che sulla pubblicità, contano rispettivamente anche sul canone e sugli abbonamenti. Una lesione dei diritti di proprietà e una distorsione del mercato.


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