Dal Corriere della Sera del 23/2/07
Sì dall'Unione. Ferrero critica il testo
Le 12 condizioni: «Impegno non negoziabile, da Kabul alle pensioni. Mancano i Dico»
ROMA — Un «patto programmatico». Ci punta Romano Prodi prima del vertice notturno della sua maggioranza in bilico. Tanto che si mette a scrivere i temi che giudica «prioritari e non negoziabili», ben dodici: il «dodecalogo» della salvezza per il suo governo. O meglio per il suo «bis», se Giorgio Napolitano glielo concederà. Ma tutti i leader dell'Unione, varcando attorno alle 22 il portone di Palazzo Chigi, sanno bene che il problema è soprattutto un altro, cioè «i numeri al Senato».
Lo sa il premier e lo sanno i due vice Francesco Rutelli e Massimo D'Alema, che il giorno prima ne aveva avuto un bruciante riscontro a Palazzo Madama. Ebbene, a fine incontro tutti votano il patto prodiano e, soprattutto, ricevono dallo stesso premier le rassicurazioni che la maggioranza al Senato avrà «qualche voto in più». Si parla degli autonomisti di Raffaele Lombardo e di altri, singoli, arrivi. Ma prima del vertice c'è anche chi ha visto Clemente Mastella ed Enrico Letta discutere il documento con Marco Follini. Il «dodecalogo» prodiano va dal rispetto degli impegni internazionali, compresa la missione in Afghanistan, alla realizzazione della Tav, dai fondi per scuola e ricerca fino al riordino del sistema previdenziale, cioè la riforma delle pensioni. Punti «pesanti», soprattutto per la sinistra radicale. Ma le parole con cui Prodi le introduce sono altrettanto pesanti. «Il governo, in nove mesi di attività, ha raggiunto obiettivi e risultati molto importanti per il Paese, completamente coerenti con il suo programma elettorale.
Tuttavia, contemporaneamente, questi risultati e questi obiettivi non hanno avuto modo di essere percepiti dall'opinione pubblica in tutta la loro novità e di esplicare tutti i loro effetti perché il comportamento e le azioni dei singoli, ministri e forze politiche, hanno costantemente provocato una litigiosità e una strisciante contrapposizione di posizioni che ha oggettivamente logorato tutto il governo». In altre parole, basta con la litigiosità e, «in caso di contrasto», decide il premier. Non solo, a scanso di equivoci Prodi precisa subito che quelle condizioni non sono oggetto di trattativa. Insomma, prendere o lasciare. «Prendere», rispondono alla fine tutti. Pur soffrendo in silenzio dicono «sì» anche i leader della sinistra radicale, da Franco Giordano (Prc) a Oliviero Diliberto (Pdci). Perché, dopo l'«incidente» del Senato, sono i partiti più sotto botta. Esulta Piero Fassino: «Ora Prodi ha una piena fiducia».
Ma soddisfatto più di tutti sembra Clemente Mastella, che aveva chiesto di spostare «più al centro» l'asse dell'Unione: «Il nono punto parla di sostegno della famiglia e sono scomparsi i Dico, ridiventati materia parlamentare». Ma il ministro Paolo Ferrero (Prc) già si mette di traverso: «A me colpisce di più ciò che manca, come la lotta all'evasione e alla povertà».
Roberto Zuccolini
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