venerdì 23 febbraio 2007

Insensato riproporre la stessa leadership

Da Il Riformista

23/2/07

di Emanuele Macaluso

Dopo le elezioni politiche dello scorso aprile sulla rivista Le nuove ragioni del socialismo mettemmo in forte evidenza il fatto che Berlusconi aveva perso ma Prodi non aveva vinto e che per le presidenze delle istituzioni parlamentari occorreva tenere conto di questa realtà. E scrivemmo: «Oggi bastano due, tre senatori a rifiutare un voto di fiducia in qualsiasi momento per mettere in crisi la coalizione... sarà difficile tenere in equilibrio una barca dove parte dell’equipaggio tenderà in ogni momento e in ogni occasione a virare a sinistra». È quel che è avvenuto. E il timoniere della barca non ha l’ha tenuta ferma. Non era facile. Il governo è caduto proprio perché si è virato a sinistra e quando si è voluta raddrizzare la rotta si è verificato un ammutinamento che è stato solo in parte recuperato senza, però, riuscire a evitare la crisi. Si tratta di una crisi di governo che, a nostro avviso, coinvolge anche il sistema politico.
La democrazia dell’alternanza funziona e dà risultati positivi se i due poli non sono totalmente incomunicabili e se sono politicamente, anche se relativamente, omogenei. La legislatura del centrodestra, che pure aveva una maggioranza larga, è stata negativa anche perché non si sono verificate le condizioni cui abbiamo accennato e in quella attuale emerge che il centrosinistra, così com’è, non ce la fa. E non basta un rabbercio nella maggioranza per andare avanti. Riproporre quindi oggi la stessa leadership e la stessa linea politica è insensato: sarebbe un’avventura che non terrebbe conto né degli interessi generali del Paese né del logoramento cui sarebbero sottoposte le istituzioni.
Abbiamo letto alcune dichiarazioni di esponenti dell’Ulivo con le quali si prende atto che l’Unione al Senato non ha la maggioranza e al tempo stesso si dice che le elezioni, senza avere modificato la legge elettorale, peggiorerebbero la situazione. Il che è vero. Allora il problema è trovare un asse politico diverso, non più fondato sull’autosufficienza del centrosinistra. È questo quel che ha voluto dire la senatrice di Rifondazione comunista Rina Gagliardi quando, immediatamente dopo la crisi, ha sostenuto che è possibile aprire un dialogo con l’Udc di Casini? Noi non abbiamo mai pensato che un gruppo dell’opposizione transiti trasformisticamente dall’opposizione alla maggioranza. Quindi in discussione c’è, in primo luogo, la linea politica. È pensabile immaginare a un arco di forze che vada da Rifondazione all’Udc con una politica comune? Si tratterebbe proprio di quell’allargamento del “centro” governativo contro cui hanno tuonato Giordano e Diliberto. E, nello stesso tempo, comporterebbe il cambio di quella guida politica su cui, invece, continua a puntare Rifondazione. Insomma, ci sembra che questa apertura non possa avere oggi un seguito concreto. A meno che non si concordi una tregua, tra il centrosinistra e l’Udc, assecondando Casini sulla legge elettorale.
Su un altro versante, non sappiamo su quali basi il direttore di Repubblica fondi la sua certezza che con il Partito democratico si assicuri la guida e la stabilità del centrosinistra. Noi, al contrario, pensiamo che questa prospettiva accresca la conflittualità proprio nell’Ulivo, che è ancora il punto più solido dello schieramento, e possa favorire ulteriori frantumazioni a sinistra.
Francamente avere intrecciato la lotta politica per il Partito democratico con quella necessaria per governare è stato un errore grave. Si vuole continuare su questa strada? E la si vuole percorrere proprio nel momento in cui, comunque vadano le cose, la leadership di Prodi è evidentemente in crisi? Si pensa di rimediare accelerando la costituzione del Pd? Sarà, a nostro avviso, un boomerang.
Pensiamo invece che sia venuto il momento di ragionare a mente fredda sulle prospettive possibili. Oggi tutto è più difficile. Un primo tema, essenziale, è l’orientamento della cosiddetta sinistra radicale. Quando l’Unione era all’opposizione tutto si reggeva sull’anti-berlusconismo e l’unità sembrava certa e salda. Quella sinistra, che in questi mesi è stata al governo, avrebbe dovuto cercare di spostare l’orientamento e i comportamenti su un terreno nuovo, quello del governo appunto. Ha compiuto invece un’operazione opposta, tentando di spostare l’asse dell’esecutivo sulle proprie posizioni di radicalismo sociale e politico, soprattutto sul punto nodale della politica estera. Nel momento in cui si fecero le liste vennero candidate persone prive di un minimo di cultura di governo e di un minimo di cognizione di cosa sia la sinistra di governo rispetto alla sinistra antagonista. Le due posizioni, checché ne dica il buon Giordano, non sono conciliabili. Quando si ricorda che il Pci negli anni dei governi di unità nazionale (1976-79) passò dal 34,4% al 30,2% e si parlò di fallimento, la verità è che non ottenne più i voti di settori della sinistra antagonista. E quando cercò di recuperarli, mantenendo un profilo di forza di governo, perse ancora.
La sinistra antagonista è una presenza fisiologica soprattutto in un Paese come l’Italia. Volere però la botte piena e la moglie ubriaca è rovinoso per un governo. A nostro avviso - lo diciamo a Prodi ma anche a Bertinotti e a Fassino - se non si mette in chiaro questo punto, non si va lontano, qualunque iniziativa si prenda per rimettere un piedi un governo che governi.

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