sabato 10 febbraio 2007

PARTITO DEMOCRATICO LA SFIDA DI DARIO SULLA LEADERSHIP

Corriere della Sera

di Francesco Verderami
10-02-2007


La sfida lanciata a Rutelli è ormai ufficiale, ma l'obiettivo di Dario Franceschini non è la leadership della Margherita, bensì un traguardo più ambizioso: la guida del futuro Partito democratico. Siccome ogni scontro di potere ha bisogno di ragioni politiche per inverarsi, il capogruppo dell'Ulivo alla Camera ha aperto le ostilità sulle unioni di fatto.La dichiarazione di guerra al vicepremier era infatti inserita tra le righe del documento sottoscritto dai sessanta parlamentari della Margherita contro i teodem, e dove — com'è ovvio — la firma dello sfidante non c'era. Ma sua era l'idea di affondare il colpo contro la pattuglia dei fedelissimi a Rutelli e a Santa Madre Chiesa, sua la visione «diversa» dei rapporti che i «cattolici democratici» devono tenere con il Vaticano, «rivendicando sempre la laicità nell'impegno politico». Quella lettera era un argine per impedire che le «pressioni» di Oltretevere spaccassero l'Ulivo, per evitare che una mancata intesa sulle unioni di fatto allargasse la crepa tra Ds e Margherita, per scongiurare che in quel baratro ci finisse il Partito democratico. Ma quella lettera era soprattutto l'annuncio della sfida a Rutelli, l'unico atto a cui affidare l'apertura delle ostilità, tanto che il capogruppo dell'Ulivo ha imposto ai suoi di non replicare all'intervista «dai toni sgradevoli» del vicepremier. E pensare che solo un anno fa i due erano legati da un patto di ferro, con il quale si garantivano a vicenda. Nella fase più difficile dei rapporti con Romano Prodi, fu Franceschini a incaricarsi di attaccare il Professore, chiedendo pubblicamente il «ricambio generazionale» e sondando riservatamente Walter Veltroni: andò a trovarlo in Campidoglio, gli chiese «un atto di coraggio» e gli spiegò che l'avrebbero sostenuto. Il sindaco di Roma declinò l'offerta, «e quella decisione — commenta spesso Franceschini con i suoi — ancora pesa sulla politica italiana». Il patto con Rutelli si è rotto dopo le elezioni, «il patto l'ha sciolto lui», ha raccontato a un dirigente dei Dl: «A Francesco avevo lasciato la scelta, se restare al partito o andare al governo. Io mi sarei comportato di conseguenza. Lui ha deciso invece di fare entrambe le cose, e ora non posso che essere solo un suo alleato». C'è tutta l'educazione democristiana in questo strano concetto di alleanza, che da allora ha visto sempre «Dario» contrapporsi a «Francesco». Nella corsa al Colle, quando Rutelli entrò in conflitto con Massimo D'Alema, Franceschini strinse con D'Alema un'intesa, sponsorizzandone la candidatura. D'Alema fallì, «ma non ce l'ha fatta nemmeno Amato», che era il candidato di Rutelli. Sfruttando il ruolo di capogruppo, si è messo al lavoro per tessere i rapporti nella Quercia e al tempo stesso per «riunificare i Popolari», quella che Arturo Parisi definisce «la dorsale organizzativa» dei Dl, e che proprio Franceschini aveva contribuito a destrutturare ai tempi del patto con Rutelli. Le cene con Franco Marini a capotavola, talmente riservate da finire sui giornali, erano segnali di sfida. A cui ne seguì un altro, ancor più eclatante. Fu quando affidò a Nino Bertoloni Meli del Messaggero, un telegramma che aveva come destinatario anche Piero Fassino: «Gli attuali leader dei Ds e dei Dl non potranno guidare il Pd». E si capì che Franceschini non era l'unico mittente, che l'asse con il ministro degli Esteri è molto forte. Ora il traguardo di «Dario» è ambizioso quanto lontano, «e infatti bisogna prendere il passo giusto, perché c'è gente che è partita per questa maratona con il passo dei cinquemila metri». Sa che dovrà vedersela con «un gruppo di pretendenti in cui è compreso Veltroni», ma è rincuorato dal fatto che «non esistono meccanismi di garanzia», che «stavolta la leadership non si deciderà a tavolino». E siccome è stato educato alla scuola democristiana, non sgomita anzi cerca alleati nella corsa, perché è vero che il leader del Pd sarebbe «il naturale candidato» per palazzo Chigi, ma «nella prima fase è possibile che si arrivi a un compromesso»: un esponente dei Dl alla guida del partito, un rappresentante dei Ds alla guida del governo. D'Alema la troverebbe un'ottima soluzione.

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