da Il Sole 24 Ore del 23 gennaio 2007, pag. 1
di Emma Bonino *
Le considerazione esposte domenica sul Sole 24 Ore da Alessandra Casarico e Paola Profeta confermano la mia convinzione che si debba cogliere l’occasione del dibattito sulla riforma previdenziale per affrontare un tema importante: l’equiparazione dell’età pensionabile delle donne a quella degli uomini. La differenza di cinque anni - da 60 a 65 per le pensioni di vecchiaia - non è più sostenibile. A 60 anni, una donna ha davanti a sé una vita media di circa 25 anni, rispetto agli uomini che ne hanno meno di 21. L'obiezione più diffusa fa riferimento al fatto che le donne ultrasessantenni sono impegnate spesso in attività di cura nell'ambito delle reti familiari. Ma è controproducente. Innanzitutto di fronte all’Unione Europea che ha avviato nei confronti dell’Italia una procedura d’infrazione, per incompatibilità con il diritto comunitario, della normativa nazionale che stabilisce età pensionabili diverse per uomini e donne. La vertenza riguarda i dipendenti pubblici, ma chiaramente investe un principio più generale, perché la Commissione Europea ritiene che un regime pensionistico che dà luogo ad una disparità di trattamento basata sul sesso sia incompatibile con il principio della parità di retribuzione. La risposta fornita dal precedente governo, che giustificava la disparità di trattamento nell’età pensionabile per i dipendenti pubblici col fatto che questa si allineava su quella prevista dal sistema generale INPS, è stata ritenuta insufficiente dalla Commissione, a conferma della valenza generale di questo problema. E, il 12 dicembre 2006, il Collegio dei Commissari ha deciso contro l’Italia il ricorso in Corte di Giustizia. Siamo dunque arrivati alla fase finale del giudizio, dopo essere usciti perdenti da tutti i passaggi precedenti. Vogliamo aspettare una delibera della Corte di Lussemburgo, come è avvenuto per l’Iva sulle auto aziendali, o vogliamo prevenire la decisione con una mossa nel senso indicato dalla Commissione?
La situazione in Europa
Nessuno può aspettarsi che la situazione muti da un giorno all’altro, ma un percorso di equiparazione deve dunque essere iniziato, ferma restando la necessità di maggiore tutela per chi ha svolto lavori usuranti. Questa tendenza, del resto, è in linea con quanto sta avvenendo nel resto del Continente. Nell’Unione Europea - tenendo presente che nei nuovi Paesi la situazione è più complessa - solo Austria, Grecia e Italia non prevedono attualmente l’equiparazione dell’età pensionabile. Tutti gli altri l’hanno già attuata oppure, come Belgio e Gran Bretagna, la realizzeranno in tempi già programmati. La differenza nell’età pensionabile non ha più alcuna giustificazione né economica né sociale. A 60 anni, una donna ha davanti a sé una vita media di circa 25 anni, rispetto agli uomini che ne hanno meno di 21. Secondo l’Istat, inoltre, su 100 anziani soli, che rischiano di cadere in povertà più del resto della popolazione, oltre 80 sono donne. Infine, il tasso di occupazione femminile, come appunto ricordava il Sole 24 Ore nel citato editoriale dal significativo titolo “Se solo lavorassero centomila donne in più”, è attualmente, anche a causa di fenomeni di pensionamento anticipato delle donne, pari al 46% contro il 70,7% degli uomini. Siamo quindi ben lontani dall’obiettivo dell’Agenda di Lisbona del 60% per le donne fissato per il 2010.
Il ruolo della famiglia
L’obiezione più diffusa all’equiparazione dell’età pensionabile fa riferimento al fatto che le donne ultrasessantenni sono impegnate spesso in attività di cura nell’ambito delle reti familiari: se fossero trattenute al lavoro verrebbe a mancare un supporto agli altri membri della famiglia. Ma si tratta di un argomentazione controproducente, innanzitutto perché non si capisce per quale ragione si debbano scaricare sulle donne le carenze delle strutture sociali, costringendole a ruoli casalinghi quando possono ancora partecipare alla vita produttiva. In secondo luogo perché la decisione di ritirarsi dal lavoro per badare ai nipoti, al marito o ai parenti invalidi deve essere semmai una libera scelta, aiutata da ampie opzioni di part time o di periodi sabbatici, ma non un obbligo. Più in generale, il problema dell’equiparazione di genere è una conferma del fatto che il dibattito sulle pensioni deve andare ben al di là della discussione “scalone sì – scalone no” in cui sembra restringersi nella pubblicistica corrente. In tutto il mondo, siamo di fronte a una formidabile tendenza all’allungamento della vita, che richiede risposte nuove. Molti Paesi, come documenta ampiamente l’Ocse, hanno avviato un ripensamento dei tempi di lavoro, formazione e riposo, per consentire a tutti di continuare a essere o di ritornare tra le persone attive almeno finché dura la buona salute: non un obbligo, anche in questo caso, ma una importante scelta di libertà. E’ certo che nei Paesi più sviluppati si può rimanere attivi in media ben oltre i 75 anni (come dimostra in Italia l’opzione offerta ai magistrati di restare al lavoro fino a quella età). Si dovrebbe quindi discutere della possibilità, magari incentivata, di lavorare se si vuole dopo l’età canonica del pensionamento, anche se le forme e i tempi di lavoro possono essere diversi da quelli praticati negli anni precedenti della vita; senza essere costretti a forme di lavoro nero, come di fatto accade. Da noi invece – e il dibattito sul ruolo delle donne ne è una conferma – si preferisce ignorare i grandi temi di tendenza per arroccarsi nella difesa dell’esistente. Non si può cambiare tutto dall’oggi al domani, ma qualche seme di innovazione sociale può essere messo a germogliare anche da questo Governo.
Nessun commento:
Posta un commento