lunedì 29 gennaio 2007

Riformisti: nodo politico, non semantico

da Il Sole 24 Ore del 16 gennaio 2007, pag. 2

di Franco Debenedetti




In un articolo di giornale, di solito la conclusione dimo­stra la validità della pre­messa. Ci sono invece articoli in cui la conclusione, invece che dimostrare, realizza ciò che viene affermato all'inizio. Un esempio di come si possa­no «fare cose con le parole», secondo la famosa espressio­ne di J.L. Austin, è il domenica­le di Barbara Spinelli (Veri e finti riformisti, La Stampa, 14 gennaio). Inizia dicendo che l'uso della parola riformista è divenuto «smodato», «dila­gante», «sciupato dall'uso»; e conclude che Rifondazione Comunista e i suoi ministri so­no oggi più riformatori dei «cosiddetti riformisti». Così aumenta la confusione che de­nuncia, fa, essa sì, e letteral­mente, un uso "smodato" del­la parola.



I lettori della Stampa, che ri­cordano il segretario di Rifon­dazione, Franco Giordano, esclamare esultante «Li abbia­mo fermati», e che si trovano, sopra il suo articolo, a tutta pa­gina «Fassino: riforme o per­deremo», non hanno dubbi su chi spinga e chi freni sulle ri­forme. Come non ne hanno i lettori dell'Unità, che domeni­ca hanno letto il «Riformare è decidere» di Gianfranco Pasquino, un titolo in cui c'è tut­ta la risposta alla dialettica spinelliana. Tra l'inizio e la conclusione dell'articolo sta l'acrimo­niosa caricatura che Barbara Spinelli fa del "suo" riformista. Che «si sente sperduto e inerme»; propone «raramen­te le riforme concretamente fattibili», «non si sporca le mani e resta fuori dal gioco», «consiglia riforme impopola­ri», «sceglie lo scranno del commentatore sui giornali, così gode dell'impunità, non è neppure costretto a rispon­dere di quel che scrive» e può «contraddirsi senza timore». Che ha qualcosa di giacobino, assomiglia ai falchi della guer­ra in Iraq, senza peraltro ave­re «lo slancio o l'abnegazio­ne» del rivoluzionario, aven­do preferito gustare «il tra­sformismo o la celebrità». Su questa massa di finti (bontà sua) riformisti, si erge la figu­ra, nobile e austera, del «vero riformista»: che, a differenza dell'Orfeo di Rilke, «non divo­ra il campo a grandi morsi, ma lo percorre piano e lo masti­ca»; dove masticare «è fare sul serio riforme, pagarne il prezzo».



Vien perfino da chiedersi chi Barbara Spinelli abbia pre­so a modello per la sua descri­zione. Ma che ci siano riformi­sti che in quel modello pro­prio non ci possono rientra­re, la Spinelli lo riconosce, senza che ci sia bisogno di il­lustrarle alcune storie perso­nali? Dove li mette, quelli? O masticatori o niente? Quell'elogio della lentezza (in Italia, poi! ) lascia interdet­ti: vien da domandarsi che ne pensino i giovani ricercatori che premono senza speranza contro le chiusure gerontocratiche, i figli a cui viene tol­to per dare pensioni a padri non ancora vecchi, gli outsi­der vittime di una squilibrata ripartizione delle tutele sul posto di lavoro, quelli che sen­tono le ingiustizie di una so­cietà in cui le relazioni conta­no più del merito, chi chiede giustizia. Tutti coloro a cui "non basta dire no".



È (anche) per colpa di que­ste ingessature corporative se il nostro Paese negli anni prossimi non approfitterà della congiuntura favorevo­le e ancora una volta cresce­rà meno dei nostri partner eu­ropei: ci consoleremo dicen­do che ci sono, è vero, quelli che ostacolano, ma "fanno grandi sforzi"?



I riformisti non sono degli sconfitti, a volte le loro propo­ste vengono realizzate in ri­tardo o parzialmente. Rifor­me se ne sono anche fatte, da quelle del lavoro di Treu e Biagi, alle privatizzazioni del primo Prodi, all'euro di Ciam-pi, al mercato finanziario e Bankitalia di Tremonti; recen­temente, quelle meno struttu­rali, ma non per questo meno osteggiate, dei taxi, dei medi­cinali, delle professioni.



La riforma sulle pensioni del primo Berlusconi venne bloccata dai sindacati: sull'appello per stigmatizzare la scelta di rinunciarvi raccolsi la firma del Nobel Modigliani, di Paolo Sylos Labini, di Romano Prodi. Per ricordare che il problema delle riforme non è un problema semanti­co, ma politico (così come il problema dei riformatori non è psicologico, ma an­ch'esso politico) e che a ren­derlo acuto sono, oggi, i diffi­cili equilibri politici interni a questa coalizione.



Difficili lo erano anche in quella precedente, ed è vero che il riformista considera la sconfitta di Berlusconi "una sciagura": intendendo però non la sua sconfitta alle ele­zioni, bensì quella sulla stra­da delle riforme. Apprezzabi­li quanti, nella sinistra radica­le, fanno sforzi "per correg­gersi e correggere le storture italiane", ma non si dimenti­chi che quelle storture hanno carattere ideologico, e si chia­mano opposizione al merca­to, alla concorrenza, alla sele­zione meritocratica.
Chi esibisce il "percorrere piano e masticare lento" co­me metodo si fa complice del­le difficoltà che è chiamato a superare. Nell'appello per le pensioni del 1994, ricordo che Franco Modigliani volle inse­rire la parola lungimiranza. Chi per prestare orecchio alle voci di dissenso rinuncia a guardare lontano, non solo perde l'Euridice che doveva salvare, ma finisce anch'egli agli inferi.

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