martedì 23 gennaio 2007

Padri e figli. Previdenza, che cosa ci insegna la lezione svedese

da Il Messaggero del 22 gennaio 2007, pag. 1

di Antonio Golini


Su una classifica di 27 Paesi aderenti all'Ocse, i Paesi economicamente più forti del mondo, siamo al quint'ultimo posto per tasso di attività nella popolazione che va dai 55 ai 65 anni. A lavorare da noi in questa classe di età al centro di un così acceso dibattito se prolungare o no l'età al pensionamento al 2005 sono il 31,4 per cento. Ma se siano o non siano in pochi è difficile a dirsi facendo solo un richiamo alla classifica appena ricordata e quindi senza più precisi elementi di riferimento. La verità è che la classifica è molto sgranata: all'ultimo posto c'è la Polonia, dove a lavorare è il 27,2 per cento e cioè solo 4 punti percentuali sotto di noi; al primo posto c'è la Svezia con ben il 69,4 per cento, cioè 38 punti sopra di noi. L'insieme dei Paesi dell'Unione europea a 15 (dei Paesi prima delle adesioni del 2004 e di quella recentissima del 2007) ha un tasso di attività pari a 44,1, cioè 23 punti sopra di noi. Il tanto spesso ricordato obiettivo di Lisbona quell'obiettivo che proprio i 15 Paesi che all'epoca facevano parte dell'Unione, noi inclusi, fissarono tutti insieme consapevolmente, fra l'altro perché l'economia dell'Unione diventasse la più forte del mondo specie nel campo della conoscenza e della ricerca fissava il tasso di attività dei “giovani anziani” al 50 per cento. Noi ne siamo 29 punti sotto e la Svezia 19 punti sopra.

Ci si può quindi legittimamente chiedere se in Svezia ma anche nei 22 Paesi Ocse che ci precedono nella classifica non esista abbastanza sensibilità sociale nei confronti dei lavoratori che stanno intorno ai 60 anni, o che abbiano un sistema previdenziale assai peggiore del nostro, o ancora che non esistano lavori usuranti, o ancora che non esistano differenze occupazionali di mortalità. La risposta è no a tutte le domande e per di più, quanto al sistema pensionistico, la nostra riforma del 1995, la cosiddetta Dini, si è proprio largamente ispirata a quella svedese. Riesce quindi difficile capire una opposizione tanto vivace e dura alla possibilità di far lavorare di più i nostri “giovani anziani”. Siamo sottoposti a una dura concorrenza all'esterno e all'interno dell'Unione, ma poi limitiamo noi stessi negli strumenti che potrebbero farci allineare ai Paesi più virtuosi e invidiati, come è la Svezia, non solo in campo occupazionale, ma anche in quello sociale e del welfare.

Ci si può pure legittimamente chiedere perché l'Europa insista tanto e tanto spesso a richiederci riforme strutturali in campo pensionistico e quindi a rivedere le nostre strategie occupazionali nelle fasce di età in cui si va in pensione. Le risposte risiedono in primo luogo nella circostanza che i ricordati obiettivi di Lisbona sono stati concordati tutti insieme e noi siamo il Paese più lontano da quegli obiettivi. In secondo luogo è che l'Europa ha paura che il sistema economico italiano possa essere in difficoltà crescente e che l'enorme debito pubblico da noi accumulato possa, in una malaugurata prospettiva pessimistica, essere scaricato sia pure in parte sugli altri Paesi dell'Unione, così come potrebbe accadere con il sistema previdenziale dal momento che nell'Unione siamo il Paese più vecchio, con la più alta e crescente proporzione di popolazione anziana e vecchia (e la più bassa proporzione di bambini e ragazzi). Proprio questa paura emerse chiaramente un paio di anni fa in un incontro bilaterale tecnico-politico fra Italia e Gran Bretagna.

A determinare il livello del Pil gli studi economici e demografici compresi quelli della Banca centrale europea dimostrano come un ruolo fondamentale abbiano la produttività, il numero di ore lavorate, il tasso di occupazione e la proporzione di popolazione in età di lavoro. Quest'ultima è, e ancor più sarà, fortemente decrescente in Italia nei prossimi anni e decenni. Per mantenere il Pil ai livelli attuali dovrà necessariamente aumentare il numero di coloro che lavorano e l'impegno lavorativo lungo tutto l'arco della vita. Già adesso in un confronto con gli Stati Uniti il mancato utilizzo della forza lavoro in particolare di donne, di giovani e di “giovani anziani” pesa per il 21 per cento nel determinare un nostro minore Pil, mentre la più ridotta produttività pesa per il 12 per cento.

Questi dati, e non solo questi, ci dicono che non si può sfuggire al fatto che da noi si debba lavorare in più persone e che si debba lavorare di più. Pure quest'ultimo fattore contribuisce positivamente alla crescita economica e da qui alla possibilità di aumentare tutti i nostri tassi di occupazione, aiutando quindi a instaurare un circolo virtuoso.

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