mercoledì 3 gennaio 2007

L’ANNO DEL PD, IL PARTITO DELLE RIFORME

Europa


di FRANCESCO RUTELLI
03-01-2007


Il 2007 vedrà la decisione della Margherita – e certamente anche dei Ds – di dare il via al Partito democratico. Il lieto evento produrrà il superamento dei partiti promotori come conseguenza di un fatto politico enorme: la costituzione del primo partito italiano, chiamato a nascere non sulle macerie di sconfitte o scissioni, ma per una difficile, lucida decisione politica. La prima domanda cui occorre rispondere riguarda il perché. Perché, innanzitutto, dirigenti, militanti ed amministratori dei due maggiori partiti del centrosinistra siano orientati ad affrontare dubbi, risolvere problemi, e vincere argomentazioni critiche che appena un anno fa apparivano difficilmente superabili. I Dl- Margherita nell’ottobre 2005 avevano a larga maggioranza giudicato non credibile la confluenza in un indistinto “contenitore dell’Ulivo”; in quell’occasione aprirono esplicitamente la prospettiva del Pd. I Ds convergono oggi verso un partito nuovo e accolgono una denominazione, Partito democratico, che comprenda il concetto e l’identità della sinistra – democratica – in un nuovo soggetto politico di centrosinistra. La mia risposta alla domanda è: per motivazioni strategiche, valutazioni pratiche, solidi argomenti politici. In cima vi è un atto di volontà: dopo tredici anni di confusa ed inefficiente transizione politico-istituzionale, un gruppo dirigente, prescindendo da rivalità personali e miopi interessi di gruppi, constata assieme a Romano Prodi l’indispensabilità di dare al Paese un soggetto- guida, al centro delle proposte di riforma economica e sociale non più rinviabili se vogliamo salvare l’Italia e le generazioni prossime dalla marginalità (cui lentamente ci stiamo assuefacendo); e constata la sostanziale convergenza di culture ed orientamenti di fondo tra i due partiti. Attraverso di essa e sulla base di un progetto coerente e convincente si potranno coinvolgere molte altre energie democratiche del paese. Le valutazioni pratiche non sono meno decisive. La Margherita prende atto che il suo significativo successo (consensi tra il 10 e il 15 per cento, mentre il più strutturato tra i fondatori, il Ppi, oggi certamente da solo non potrebbe raggiungere che una percentuale assai più bassa) deve essere reinvestito, anziché coltivato in un’idea di velleitaria autosufficienza, coerentemente con la missione originaria concepita nel 2001. È bene che ciò avvenga con una convergenza unanime nel partito in vista del Congresso. L’amico Adamoli mi ha interpellato qualche giorno fa su Europa: siamo sicuri che convenga, pur in una sostanziale unità, ricercare l’unanimità? Io credo convintamene di sì. Non occorre cancellare differenti sensibilità e solidità politiche e di gruppi dirigenti territoriali, ma è necessario che nel negoziato costituente tra i due partiti principali (che presto sarà allargato a diverse altre forze) siamo capaci di rappresentare tutta intera la forza della Margherita. Proprio come è accaduto, con indubbi risultati positivi, nella fase elettorale e in quella post-elettorale. I Ds, per parte loro, preso atto definitivamente dell'impossibilità di raggiungere e superare il 20 per cento dei voti, scelgono la convergenza delle migliori culture democratiche e riformiste italiane rispetto a superati disegni di egemonia e rivalutano così una delle parti più significative della loro storia. In termini politici, credo che tutti dobbiamo puntare sul premio alla aggregazione. Inesistente per l’intero corso del dopoguerra, oggi esso appare plausibile, come si è manifestato già in due occasioni: la nascita elettorale della Margherita nel 2001 e la lista dell'Ulivo alla Camera – premiata rispetto alle liste distinte di Ds e Dl al Senato – nel 2006. Superata da tempo l'ipotesi di una Federazione, è tempo di puntare su un messaggio di semplificazione ed unità; ma, molto di più, sulla potenzialità attrattiva del partito di governo e delle riforme: della responsabilità, dell’innovazione coraggiosa, della guida sicura e autorevole del Paese. Dunque, è tutto risolto? Non ancora. C’è da temere eccessivamente una certa rilassatezza e la non forte spinta che si avverte oggi sul progetto del Pd? Neppure. La vicenda deve avere il suo corso, senza scorciatoie. Solo chi non si è mai occupato neppure di gestire un condominio, infatti, può immaginare che esso possa esaurirsi in strette di mano tra leader. C’è un tempo necessario per organizzazioni che hanno un milione di iscritti, migliaia di amministratori, e un (benefico) senso critico. E ci sono passaggi da assolvere: congressi nel territorio e nazionali, oltre ai consistenti impegni varati nel seminario di Orvieto, che hanno preso il via, destinati a preparare il terreno per la qualità dei contenuti, delle regole condivise, del progetto nazionale del nuovo partito. I lettori di Europa ricorderanno che io posi tre obiettivi, tre test per misurare l’effettiva integrazione possibile tra Margherita e Ds. Vorrei tornarci, e aggiornare lo stato dell'arte. 1. L’autonomia tra politica e poteri economici. Si sono fatti progressi sensibili. C'è una consapevolezza diffusa che il governo Prodi debba dettare indirizzi e concorrere ad equilibri, e non orientare rapporti di potere economico-finanziari. E vi sono segni interessanti di quel pluralismo nella leadership d'impresa che – esaurite da tempo e senza rimpianto le guide accentrate del capitalismo italiano e della finanza – deve accompagnare la crescita economica del Paese. Si stanno completando ristrutturazioni, riorganizzazioni competitive (anche nella piccola impresa), aggregazioni nel mondo bancario, e il compito del futuro Pd non sarà certo quello di coltivare un segmento di “capitalismo amico”. Piuttosto, di contrastare con un forte recupero di credibilità riformatrice presso i mondi produttivi, soprattutto del Nord, i rischi non trascurabili di una deriva di destra e populista nelle rappresentanze industriali. 2. L'approdo europeo e internazionale del Pd. Ho apprezzato le osservazioni realistiche di D'Alema sulla impossibilità di «far diventare socialisti» i cattolici popolari attivi nella Margherita, ed ancor più le sue oneste considerazioni sulle evidenti carenze di slancio della compagine del Pse (che ha anche incassato recenti, serie sconfitte in due paesi dove ha pur realizzato brillanti esperienze, quali la Svezia e l’Olanda). Sono più fiducioso che in passato in un approccio nuovo. Il ritorno dei Democratici Usa e alcuni promettenti rapporti, tra l’altro, con il partito del Congresso Indiano ci indicano la priorità di una visione globale delle alleanze da parte del nascituro Pd, mentre confermano, in Europa, l’opportunità di una stretta collaborazione con il Pse e le forze europeiste (non tutto il Pse lo è), riformiste e democratiche del Continente. È incommensurabilmente più importante promuovere azioni per l'integrazione europea ed alleanze internazionali (per salvare l’ambiente globale, per la sicurezza e contro il terrorismo, per il dialogo tra le civiltà e le culture, per il multilateralismo efficace...) piuttosto che imbarcarsi in discussioni e dispute superate nei fatti. Un Partito democratico di governo, parte del centrosinistra europeo in alleanza anche col Pse, solido partner dei maggiori partiti democratici del mondo scoprirà piuttosto rapidamente di essere un soggetto prezioso, originale, assai ricercato. E il probabile iniziatore di un cambiamento anche in Europa, dove il Pse da solo è in netta minoranza e sono sempre più numerosi gli scontenti della mutazione conservatrice del Ppe. 3. Il pluralismo culturale nel Pd. Rilevanti recenti prese di posizione di Piero Fassino lasciano intendere la consapevolezza che il Pd – così come non sarà mai un partito di obbedienza confessionale – non dovrà caratterizzarsi come un partito avversario, oltre che insensibile, rispetto alla religiosità presente, e in larghe parti, del popolo italiano. Un partito in cui nessuno prenderà istruzioni dalla Cei, e nessuno penserà di conquistare la maggioranza dei consensi declinando la “modernità” attraverso l'antagonismo verso i cattolici. Entrambe, non solo idee vecchie, ma concezioni minoritarie della società italiana, negazioni della laicità e del pluralismo, rincorse immaginarie a formare l'identità saliente del Pd in contrasto con i doveri di un grande partito nazionale. La ripresa di gennaio dell'attività politica vedrà la Margherita impegnata a condurre i suoi congressi, e determinata a sostenere Romano Prodi e il governo, fedele al mandato degli elettori e alla propria “doppia ispirazione”: quella, appunto, favorevole all’Ulivo e alla costruzione del Pd come partito del futuro; quella capace di competere nelle aree centrali dell’elettorato. Se gli ultimi mesi di vita del governo possono aver aperto falle e dubbi in settori importanti di elettorato democratico e moderato, e specialmente tra i ceti produttivi, occorre un’azione incisiva di recupero. Sono convinto che la nostra partecipazione determinante alla nascita del Pd aiuterà sul piano politico, e che il concorso di idee e proposte alla ripresa dell'azione riformatrice del governo aiuterà nel recupero di consensi. Abbiamo in programma una giornata di mobilitazione in tutta Italia per il 18 gennaio. Nelle prossime settimane sarà forte e ben visibile l’iniziativa della Margherita per il Partito democratico e per l’accelerazione delle riforme. Un contrattacco per una nuova stagione di fiducia popolare.

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