lunedì 1 gennaio 2007

Il grande fallimento dell'idea (sbagliata) di progresso

Il Corriere della Sera
Un mito rozzo che ha prodotto delusioni e catastrofi. Il mondo si migliora senza ricette indiscutibili

di CLAUDIO MAGRIS
31-12-2006

Proprio quando arrivo a Portbou, la cittadina catalana sul mare a pochissimi chilometri dal confine francese, stanno demolendo l'Hotel de Francia, dove nel 1940 si è suicidato — con la Gestapo alle calcagna e davanti a sé la polizia franchista — Walter Benjamin, il geniale filosofo-teologo rivoluzionario. Benjamin sapeva fondere Marx e il Talmud nella sua utopia di riscatto dei vinti e dei cancellati. E la distruzione si addice a uno come lui che, in un celebre frammento, aveva descritto il cammino della Storia come una corsa verso il futuro che lascia dietro di sé cumuli di rovine, seppellendo le vittime cadute durante l'avanzata del progresso. Lo splendido Memorial di Dany Karavan lo ricorda col vuoto, con l'assenza: un semplice corridoio, un passaggio che scende, fra gli ulivi nel vento, a un mare di un blu insostenibile. Benjamin, come altri grandi rivoluzionari critici, era avverso a ogni regressiva nostalgia del passato e dell'arcaico, così ferocemente ingiusti e violenti; non disconosceva la liberazione che il progresso ha significato per milioni di persone, ma sapeva che il progresso, lungi dall'essere una marcia inarrestabile e illimitata verso un mondo sempre più felice, crea — con le sue stesse conquiste — nuovi problemi e infligge nuove ferite, che occorre sanare restando fedeli ai fini e ai mezzi del progresso, tornando magari indietro per curare quelle nuove piaghe, per soccorrere chi è stato travolto dalla marcia che gli è passata sopra, ma per continuare poi a procedere, in un continuo processo a spirale. Se il tronfio e ottuso ottimismo circa il fatale e infinito accrescimento del benessere dell'umanità è caduto da un pezzo, oggi è il progresso in sé che appare a rischio o insostenibile. In vari campi (dallo sfruttamento alla fine suicida delle risorse del pianeta alla scienza che sembra mutare la stessa natura umana, dalla dimensione globale non più controllabile assunta da ogni fenomeno politico e umano al meccanismo coatto di un sistema produttivo che deve produrre sempre di più) l'evoluzione e lo sviluppo dell'umanità non si identificano più col progresso, ma talora assumono l'aspetto di un'inarrestabile e autodistruttiva degenerazione. La benefica caduta delle utopie totalitarie che pretendevano di imporre infallibilmente un senso alla storia sembra aver trascinato con sé ogni possibilità di trovare un significato nell'esistenza e di migliorare il mondo, di lavorare per un futuro più umano. Una volta — ha scritto il cabarettista tedesco Karl Valentin, amico di Brecht — la realtà era brutta, ma «il futuro era migliore». Oggi spesso ci sembra di non sapere se avremo un futuro. Su questi temi scottanti ed epocali, Massimo L. Salvadori ha scritto un intenso saggio, stringato e affascinante nella sua lucida, classica capacità di cogliere l'oggetto, di analizzare e rappresentare il problema facendo parlare i fatti e le cose ( L'idea di progresso. Possiamo farne a meno? Donzelli, pp. 151, e 13). Salvadori è un grande storico; uno studioso e un interprete dell'età contemporanea che ha il respiro grande e la laconica pregnanza dei maestri del passato, la classicità, l'intelligenza e la contenuta malinconia (forse inevitabile in ogni spirito classico) di chi sa, magari a malincuore, rendere giustizia all'oggetto. Lo dimostrano tanti suoi libri che spaziano nei campi più diversi, da quel Mito del buon governo di mezzo secolo fa — che ho letto inedito quando, al Collegio universitario torinese di via Galliari, ci scambiavamo e criticavamo i nostri scritti (ad esempio lui, grazie a Dio, aveva bocciato la prima, infelice frase con cui iniziava il mio Mito absburgico) —ai saggi su Salvemini, sul Novecento, su grandi figure del pensiero politico americano e soprattutto su molteplici aspetti, protagonisti, grandezze e miserie del comunismo e del socialismo o dei socialismi. In questo saggio sul progresso, gli chiedo, lo critichi da progressista, ma spietatamente; un posto centrale l'occupa il comunismo, quasi protagonista metafisico, in bene e ancor più in male, del Novecento. Perché questa centralità? Salvadori: Il posto centrale dedicato al comunismo nel mio saggio è dovuto a tre principali fattori strettamente intrecciati: perché ha largamente dominato la storia del Novecento; ha creduto e indotto i suoi fedeli nel mondo a credere di essere in grado di realizzare in maniera definitiva il Progresso; si è sentito legittimato — mostrando come l'idealismo possa degenerare in potere arbitrario assoluto — ad usare ogni mezzo e quindi anche la massima violenza fisica e spirituale, al punto che nell'era Breznev gli oppositori vennero considerati dei malati di mente. Si tratta di una vicenda che per parte tua hai ben mostrato descrivendo le traversie mentali e politiche del protagonista del romanzo Alla cieca. Magris: Le traversie politiche, forse mai come nell'ultimo mezzo secolo, diventano, nel destino concreto degli individui, anche mentali; il corto circuito di grandezza, infamia, speranza, naufragio può essere vissuto puro come uno schianto, come nel caso del mio personaggio. Uno dei grandi e pericolosi tentativi politici del Novecento è stato quello di sottomettere l'economia alla politica, per sottrarre l'individuo alla giungla selvaggia di un'economia spietata. Lo hanno tentato non solo il comunismo, ma anche — in diversi modi e gradi — il fascismo e il nazismo. Il progresso ha in sé questa faccia di Giano, questo groviglio di libertà e totalitarismo? Salvadori: Il nucleo che sta a fondamento della moderna idea di Progresso è l'aspirazione a creare un ordine civile capace — grazie all'etica e alla ragione — di sottoporre a controllo il potere politico, impedire la sopraffazione degli uni sugli altri, diffondere educazione e cultura, promuovere una più giusta distribuzione delle risorse materiali e culturali, porre le scienze e le tecniche al servizio dello sviluppo umano complessivo. Ma, mentre gli illuministi credevano in un progresso possibile, sempre suscettibile di essere messo in forse, positivisti e socialisti in particolare marxisti, figli della rivoluzione industriale, si erano convinti che il progresso fosse inevitabile, necessario, inarrestabile. Per questa via, il Progresso ha perduto il suo carattere problematico, è diventato una «ideologia arrogante», culminata col comunismo in un senso di onnipotenza, che ha costituito la premessa del potere totalitario. A mantenere viva la filosofia del Progresso possibile sono invece rimasti sulla scena i liberali progressisti e i socialisti riformisti, saldamente ancorati all'esercizio democratico del potere. Magris: Certo, migliorare realmente il mondo può farlo solo chi sa di non avere alcuna ricetta infallibile e di poter realizzare non già un paradiso perfetto e definitivo, bensì piccoli, relativi, ma non perciò meno importanti miglioramenti alla condizione degli uomini. Ma bisogna sapere che il mondo va appunto anche migliorato e non solo amministrato, come proclama il pensiero oggi dominante e forse a sua volta, inconsapevolmente già sulla via del tramonto. Ma oggi ci si domanda, osserva Roberto Finzi, se la stessa evoluzione della specie coincida col progresso o se questo giudizio positivo di valore sia semplicemente il prodotto di un meccanismo del nostro cervello, selezionato dall'evoluzione stessa. C'è chi dice che i batteri, più adatti ad affrontare la selezione, domineranno alla fine la terra, che ci immaginiamo invece un eterno regno dell'uomo e del suo dominio… Salvadori: Che l'evoluzione della società coincidesse tout court con il progresso è stata la grande illusione di quanti ritenevano che la storia avesse un senso intrinseco preordinato al meglio. I teorici e i politici che l'hanno fatta propria sono gli stessi che hanno prodotto una filosofia e una psicologia dell'infallibilità. Oggi non ci resta che prendere coscienza che, come pensavano i padri illuministi, il Progresso non è affatto scontato. Tutto deve essere conquistato, difeso e tutelato. Magris: Quale progresso è oggi sostenibile, rispetto alle oggettive condizioni del pianeta? Salvadori: Dalla rivoluzione industriale in poi è prevalsa la convinzione che presupposto dello sviluppo sarebbe stato lo sfruttamento illimitato del grembo opimo di Madre Terra. Ora, con l'esplodere della questione ambientale, si è aperta una nuova e imprevista frontiera. Come aveva a suo tempo intuito J. S. Mill, occorre mettere al centro un progetto di «sviluppo sostenibile». Non basta più, ai fini di un rilancio del Progresso possibile, controllare il potere, opporsi al bellicismo, lottare per la giustizia sociale: bisogna contrastare un sistema produttivo che minaccia le basi stesse della vita umana. Magris: Nel tuo libro c'è una bellissima tensione fra la critica alla fede nel progresso e il senso della sua necessità. E se la caduta del comunismo avesse solo anticipato quella del capitalismo? Entrambi basano tutto sulla produzione; non a caso nessuno come Marx ha esaltato la forza rivoluzionaria del capitalismo, sradicatrice, trasformatrice e distruttrice della tradizione precedente. Se questa forza si fa insostenibile, allora periscono da prima gli elementi più deboli del sistema dell'universale sfruttamento produttivo del pianeta, ossia il comunismo, ma forse pure il suo più robusto cugino è avviato su quella strada. Salvadori: Il comunismo e il capitalismo appaiono come fratelli-nemici che si sono entrambi nutriti dello stesso produttivismo predatorio. Il primo ha fallito la sua prova, il secondo l'ha vinta. L'ha vinta tanto bene, che alcuni suoi apologeti si sono spinti a fine Novecento a sostenere che la storia fosse «finita» ovvero destinata a perpetuare e diffondere a livello globale valori, istituzioni, modi di essere del capitalismo in una sorta di pacificazione universale. Ma, lo vediamo bene, la storia non è affatto finita. La scena del mondo continua ad essere occupata dagli irrisolti problemi del governo degli uomini, degli squilibri economici e sociali, della pace e della guerra, degli scontri tra culture e ideologie, con la «novità» esplosiva della minaccia ambientale. E quindi rimane del pari sempre aperta la questione di trovare le vie di un Progresso possibile, quanto mai difficile sia da concepirsi sia da mettere in atto.

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