domenica 14 gennaio 2007

La prima riforma: far funzionare ciò che c’è

da Il Messaggero del 11 gennaio 2007, pag. 1

di Paolo Pombeni


Non vogliamo fare della facile demagogia, ma la situazione in cui sono poste le famiglie italiane che hanno figli da avviare alla scuola secondaria è semplicemente surreale. Da anni queste famiglie sono bombardate da annunci di riforme, da giudizi drastici sull’inefficienza del sistema esistente, da ammonizioni sul dovere di ripensare tutto il sistema di preparazione dei propri figli alla vita lavorativa, perché si troveranno di fronte ad un mondo che cambia. Quelli più avvertiti o che hanno figli o parenti più grandi hanno anche già saputo che all’università il sistema è cambiato e non si sa neppur bene come.

Ebbene, queste povere famiglie, come documenta la bella inchiesta di Anna Maria Sersale che il Messaggero pubblica oggi, si trovano per l’ennesima volta a dover scegliere avendo di fronte un sistema decretato morto, ma che non si può cambiare, perché il modo con cui l’ha fatto il precedente governo non piace al governo attuale, che peraltro continua a giudicare inadeguato il modello in vigore.
Francamente verrebbe voglia di chiedersi: ma come dobbiamo chiamare una simile schizofrenia? Mobbing? Crudeltà mentale verso famiglie innocenti?

D’accordo, è una battuta, ma fino ad un certo punto. Chiunque abbia incrociato, direttamente o indirettamente, l’attuale labirinto scolastico italiano sa benissimo di cosa parliamo. Ci saranno più o meno un centinaio di “indirizzi” di studio, che, se ci aggiungiamo le varianti concesse dalle “sperimentazioni” (e sono varianti spesso molto significative), raddoppiano di numero. Ciascun “indirizzo” pretende di formare a meraviglia giovani preparati per un mondo del lavoro che vive solo nella fantasia dei burocrati scolastici che quei percorsi si sono inventati.

Allora perché dobbiamo stupirci del boom dei licei, classici e scientifici? Se la formazione deve essere “generalista”, meglio quella bene o male garantita da quanto è sopravvissuto del vecchio schema della secondaria indirizzata alla preparazione ad ampio spettro per le Facoltà universitarie. Naturalmente questo funziona solo in parte, perché il livello di preparazione con cui i ragazzi arrivano all’università non è assolutamente soddisfacente. Stiamo naturalmente parlando della situazione generale, perché, grazie a Dio, le eccezioni ci sono e vanno riconosciute come tali.

Si tenga anche conto che comunque sulla scuola si riversano in continuazione nuovi carichi, senza alcuna idea di come si possa far fronte ad essi. Non sappiamo quanti si siano accorti che nelle mille e più norme della Finanziaria ce n’è anche una che innalza l’età dell’obbligo scolastico. E’ una rivoluzione, forse non grandissima, perché la percentuale dei ragazzi che comunque proseguivano gli studi dopo la scuola media era già molto alta ma, in un sistema sovraffollato e caotico come il nostro, anche questa nuova immissione creerà difficili problemi di gestione.

In ogni modo poi il messaggio che si manda al paese è, lo si voglia o no, che si sta declassando tutto: il diploma di scuola media superiore rasenta quello di una “scuola dell’obbligo” e il primo livello di laurea, le triennali, equivale in fondo a quello che una volta era la vecchia maturità.

Verrebbe voglia di dire che più che di “riforme” in questo paese si ha bisogno di azioni per far funzionare davvero quello che c’è. E’ un discorso pericoloso, perché invece ci sono settori dove le riforme, cioè dei cambiamenti sensibili di regole e di indirizzi, sono assolutamente necessarie. Ma ce ne sono molto altri dove, piuttosto che accumulare carta con scritto meraviglie di nuovi progetti, sarebbe meglio impegnarsi a far funzionare bene quello che c’è, organizzandolo in maniera lineare e razionale. E poi sarebbe anche sensato smetterla con questa inflazione di guelfi e ghibellini, per cui ogni cosa fatta dagli uni e dai loro esperti deve essere subito smontata dagli altri e dai loro esperti, altrimenti qualcuno si sente privato dal ruolo. E’ un modo di agire proprio solo dei paesi degradati dove il tribalismo ha seppellito la coscienza nazionale.

In una fase in cui si sprecano i discorsi sui “diritti”, si dovrebbe almeno spezzare una lancia a favore del diritto delle famiglie ad avere a che fare con un sistema formativo comprensibile nei suoi orientamenti e nei suoi indirizzi, nonché affidabile circa le promesse che fa, le quali sono poi orientamenti per la vita futura dei nostri giovani.

Nessun commento:

Posta un commento