sabato 23 dicembre 2006

Massimo Cacciari «La trincea della Chiesa non può reggere Per noi moderni la libertà è inarrestabile»

da Corriere della Sera del 21 dicembre 2006, pag. 23

di Gian Guido Vecchi


«Il fatto è che noi ci nascondiamo la morte, l’" ultimo" che non è a nostra disposizione. Come cerchiamo di nasconderci il "primo", l'origine, tentando di ricreare le condizioni stesse della vi­ta, rimuovendo il fatto che la nostra origine non ce la diamo da noi. Ecco: occultiamo a noi stessi il primo e l'ultimo. E in mezzo, liberi: resta solo la vita, incondizionata, e appena qualcosa non funziona te ne vuoi sbarazzare, perché una vita condizionata non ti è tollerabile». Il filosofo Massimo Cacciari guarda al fondamento, «la libertà dei moderni è una corrente che travolge tutto, questo è il punto... Nel caso Welby c'è stata una derubricazione in senso tecnico del problema».



In che senso, professore?

«Beh, c'è un aspetto "banale": mi pare vi sia an­che una dimensione di accanimento terapeuti­co. E nel caso lo si accertasse, anche la Chiesa non avrebbe dubbi».



Però non basta.

«Eh, no. Nell'ultima lettera di Welby si pone la questione se in certe circostanze il corpo sia dav­vero una prigione di cui liberarsi. Se ci sia una situazione di bios abios, di vita che non è vita. Una riflessione teologico-filosofica di rilievo».



Ovvero?

«Secondo la tradizione cristiana, e in generale le religioni monoteiste, è inaccettabile parlare del corpo come prigione dell'anima. Come dice Tommaso d'Aquino, l'anima è più perfetta con il corpo che senza, perciò all'ultimo sarà ricongiunta a esso. È da un punto di vista pagano che la cosa non fa problema, come nel Cratilo di Pla­tone il "corpo", sòma, è anche sèma, "tomba" e "segno" dell'anima».



È inevitabile che la Chiesa la pensi così?

«Se il corpo è prigione devi essere libero di uscirne. Se invece anima e corpo hanno un colle­gamento essenziale, difendere una significa di­fendere l'altro. Ma qui s'affaccia la questione del­la libertà. Per i moderni è incondizionata: posso fare e sono libero di farlo, posso disfare e sono libero di disfarlo. È la prospettiva che la Chiesa combatte, lo straordinario pericolo che avverte: in questi "casi" vede sintomi. Ed è un problema che tutti dovremmo avvertire».



La secolarizzazione?

«Certo. Solo che quella della Chiesa è pura re­sistenza, una linea del Piave che non può regge­re. L'idea di libertà ha una potenza sconfinata, delirante, è divenuta il nostro ethos. Se vuoi affrontare la secolarizzazione con prediche e catechismi, pezzo per pezzo la trincea si disfa. An­che il compromesso politico con il saeculum è vano. La Chiesa storicamente ha raggiunto com­promessi grandiosi, anche con alcuni degli aspetti più demoniaci del mondo. Ma il demonia­co del potere era un Anticristo che la Chiesa co­nosceva bene. Ora è diverso».



E perché?

«Perché è un potere anonimo, forma mentis, senso comune, una vox populi che per la Chiesa è vox diabuli ma non è una ideologia formata, consapevolmente anticristica. È relativismo, sì, ma in senso infinitamente più radicale di ciò che

si dice. Del resto è quello che riteniamo tutti, no? Se non siamo ipocriti, dentro di noi avvertia­mo che la vita è tollerabile solo se ci va bene, non sopportiamo la malattia in casa...».



E come potrebbe opporsi, la Chiesa?

«Forse solo mostrando una vita diversa, un ethos diverso. Misericordia verso tutti coloro che soffrono. Senza prediche, senza chiedere perché né giudicare. Se la parola della Chiesa di­venta Urteil, il giudizio che divide, allora sarà so­lo un elemento, sempre più debole, del mondo diviso. Ma la sua parola può diventare un logos che collega misericordiosamente. Tu vedi il feri­to per strada e lo raccogli, non giudichi quali pec­cati abbia commesso per essere ridotto così, non gli dai in mano il catechismo perché si ravve­da. Dai esempi. Silenziosi esempi».



E i laici?

«Un vero laico deve confrontarsi con questo di­scorso. Io lo vedo in termini di destino, anche per l'etica laica è vano cercare di contenerlo con precetti, la storia procede inarrestabile. E tutta­via, nella storia, vi sono pure timbri che non si contrappongono in senso etico, non fanno resi­stenza, ma accolgono con misericordia. Penso a, ciò che scrive il cardinale Martini ne Il Discorso della montagna. Mostrandosi così, la Chiesa po­trà davvero contraddire il processo di secolariz­zazione nei suoi termini estremi».


E nel caso concreto di Welby?

«Significherebbe accogliere. Comprendere. Abbracciare con amore. Soprattutto non giudi­care: giudicherà il Signore. Il discorso generale sarà altro, però qui c'è questa persona e io l'accompagno nella sua sofferenza, quale che sia la forma in cui egli la vive: un po' di misericordia per quel servo sofferente che non ce la fa più».

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