La Repubblica
GAD LERNER
12-12-2006
D´accordo, si corre il rischio della demagogia ad affiancare due notizie così diverse fra loro: gli amministratori delegati delle società italiane quotate in Borsa hanno incrementato mediamente dell´80 per cento i loro compensi nel corso dell´ultimo triennio, caratterizzato peraltro da crescita zero. Gli operai delle Carrozzerie della Fiat Mirafiori hanno contestato i massimi leader sindacali che tornavano nello stabilimento torinese 26 anni dopo la pesante ristrutturazione del 1980.E ci tornavano per difendere la legge finanziaria di un governo "amico". Prima di respingere con fastidio tale indebito accostamento, vale la pena di porsi una domanda: quale grado di disuguaglianza può sopportare senza traumi una società con le caratteristiche storiche e culturali dell´Italia contemporanea? Nei secoli pre-unitari la convivenza fra gran signori e plebi derelitte poteva normalmente oscillare fra l´ammirazione, la sottomissione rassegnata e il tumulto. Ma oggi? Da tempo abbiamo smesso di illuderci che la modernizzazione di un paese generasse automaticamente la riduzione delle sue disuguaglianze sociali. La realtà si è incaricata di smentire anche i teorici del liberismo, secondo cui liberare spazio per i più forti avrebbe trascinato il miglioramento dei deboli. Neanche un decennio di crescita ininterrotta negli Stati Uniti ha invertito la tendenza al peggioramento delle condizioni di vita, ai gradini più bassi della scala sociale. L´ultimo scorcio del Novecento ha visto esplodere anche nelle imprese italiane un fenomeno di dilatazione senza precedenti – spesso inspiegabile dal punto di vista degli utili aziendali conseguiti – nel rapporto fra le retribuzioni del management e quelle dei dipendenti. Un rapporto che nel 1980 era in media di 45:1 ha ormai superato quota 500:1. Si tratta molto spesso di compensi autoassegnati, la cui straordinaria lievitazione non è stata per nulla frenata dal contemporaneo crollo dei profitti aziendali. Difficile stupirsi, poi, se l´influenza di questi supermanager privati e pubblici finisce per sovrastare il limitato raggio d´azione di quasi tutti i leader politici. A tal punto che oggi una maxi-fusione bancaria o il rinnovo di un patto di sindacato si configurano come "atti politici" spesso più rilevanti di un provvedimento governativo. Intrattenere buoni rapporti con i Ceo, ovvero «godere della simpatia dei ricconi» – come ha scritto un anno fa Bruno Manghi, notando che la maggioranza dell´élite manageriale si dichiara di centrosinistra – è senz´altro una risorsa per chi sta al governo. Anche se la consuetudine con i piani alti rischia di provocare effetti indesiderati ai piani inferiori. Per intenderci, la solidarietà dei Ds al manager d´area Giovanni Consorte è stata di recente ribadita dai massimi vertici del partito, e ciò a prescindere dalle consulenze per decine di milioni di euro percepite da quest´ultimo grazie ad attività extra-Unipol. Un´indulgenza implicitamente motivata con l´idea che tanto "così fan tutti" nell´ambiente, il che però trasmette un messaggio devastante nel mondo del lavoro subordinato. Eccolo, dunque, l´effetto Mirafiori. Nessuna sorpresa. La relazione tra fabbrica e politica s´era interrotta già ai tempi della sconfitta operaia di un quarto di secolo fa. E nel giugno di quest´anno il rinnovo della rappresentanza sindacale delle Carrozzerie di Mirafiori aveva registrato un sensibile incremento del sindacato di destra, di quello aziendale e dei Cobas, ai danni della Fiom-Cgil. Sarebbe miope motivare solo in termini di invidia sociale per i supercompensi dei manager il disincanto operaio. Stiamo parlando di una generazione di lavoratori dell´industria sopravvissuta all´epopea e al brusco risveglio di fine secolo. Ma un conto è rinunciare al ruolo messianico di "classe generale", quella cioè che, marxianamente, liberando se stessa può liberare l´intera umanità. Tutt´altra faccenda è scoprire che il "popolo eletto" della sinistra sarebbe diventato quello delle stock-options: dai consigli di fabbrica ai consigli d´amministrazione. Risultando così cancellati, insieme alla presunta funzione salvifica della classe operaia, pure il rispetto e il valore etico, non solo materiale, che una civiltà consapevole sempre dovrebbe attribuire alla fatica fisica e al lavoro manuale. L´effetto Mirafiori è dunque tutto lì: nell´assenza di una politica davvero democratica. Il vuoto lasciato da una politica sempre più oligarchica nel territorio e nella rappresentanza sociale, si manifesta con tutta evidenza nell´attuale impopolarità del governo Prodi. Debole perché privo di quella linfa vitale che è per l´appunto la politica democratica, caratterizzata da consuetudine con i luoghi in cui vivono e lavorano le persone. Sensibile ai loro problemi, sollecita nel consultarle, rinnovando così la propria rappresentanza. Per essere più vicini ai lavoratori manuali, ci ricorda Mirafiori, mica basta definirsi socialisti o comunisti. Sono altri i messaggi che cementano la credibilità delle relazioni sociali. Per esempio il messaggio del buon esempio: da anni si invoca una maggiore propensione al rischio da parte dei lavoratori "garantiti", magari prossimi alla pensione, e soprattutto dei loro figli. Ebbene, quali rischi hanno dimostrato di essere disposti a correre nel frattempo gli imprenditori, gli azionisti di riferimento e i supermanager che distruggevano ricchezza ma non rinunciavano né al potere né alle liquidazioni milionarie? Ma mettiamoci pure i politici: quanto si è rinnovata la rappresentanza parlamentare? Forse che è andato a casa qualcuno di quelli che hanno perso? Forse l´effetto Mirafiori può riassumersi in un sonoro: da che pulpito viene la predica? Naturalmente è possibile che la forbice della disuguaglianza si allarghi di più ancora nel nostro paese. Perché nel frattempo subentrano meccanismi di assuefazione. Modifichiamo la nostra idea di giustizia, e i pochi fortunati penseranno di meritarsi la ricchezza toccata loro in sorte, e la gran massa degli altri proverà piuttosto invidia che stupore. Ma allora dobbiamo mettere nel conto tutte le possibili conseguenze sociali della disuguaglianza accentuata, sotto forma di nuovo sistema oligarchico: la crisi dei sindacati e di tutto l´associazionismo di rappresentanza (è un caso limite, ma abbiamo prestato troppo poca attenzione all´inedita "privatizzazione" delle entrate della Confcommercio operata nella gestione Billè); la progressiva subordinazione della politica ai nuovi "clan" finanziari; e poi, ogni tanto, un bel sommovimento populista, come giustamente teme Giuliano Amato… Mettiamole dunque sul serio di fianco l´una all´altra, queste due notizie, in apparenza distanti: l´escalation di un incontrollato potere manageriale, e l´effetto Mirafiori. Magari ragionandoci – senza bisogno di proclami demagogici – constateremo che si può aprire il mercato a una vera concorrenza, si può imporre una quota di rischio anche ai più forti e ai privilegiati, senza che ciò entri in contraddizione con la tutela di reddito del lavoro dipendente. Basterebbe una politica generosa, disposta anch´essa a mettersi in gioco.
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