martedì 12 dicembre 2006

Amato, lo specchio rotto e il collante miracoloso

di Emanuele Macaluso

Il Riformista
12/12/06

Domenica scorsa la Repubblica ha pubblicato una lunga intervista di Massimo Giannini a Giuliano Amato, in cui si riprende la metafora scalfariana sulla società e sul sistema politico italiano, visti come uno specchio rotto, senza che si capisca chi l’ha rotto (solo Berlusconi dal 2001 al 2006?), e senza che si spieghi come, chi oggi continua a rompere i pezzi residui, possa individuare nel Partito democratico il collante miracoloso che può ridarci lo specchio su cui specchiarci. L’allarme lanciato da Giuliano è usato da Giannini come incipit del suo pezzo: «Sono allarmato. Le sfide della modernità, dalla bioetica alla globalizzazione, impongono una svolta al sistema politico. Se non si accelera sul Partito democratico noi rischiamo un’ondata di antipolitica che può travolgere tutto».
Nel 1945-46 Pietro Nenni coniò lo slogan “o la Repubblica o il caos”; nel 2006 Amato ha sostituito la “Repubblica” con il “Partito democratico” archiviando la vicenda politica del socialismo come «identità pregressa». Si tratta della stessa persona che in un non dimenticato congresso dei Ds aveva spiegato ai delegati, che in buona parte venivano dal Pci, le virtù del socialismo democratico per ciò che aveva fatto e per quel che avrebbe potuto ancora fare. Quella lezione non è più valida? Può darsi, ma bisognerebbe spiegarlo a chi vede nel socialismo europeo, nella sua incarnazione di governo o di opposizione la sola forza che bene o male ha cercato e dato una risposta alle sfide cui ha fatto riferimento Giuliano Amato.
Nell’intervista si dice che in Italia c’è la frantumazione del sistema politico e questo costituisce un pericolo per la democrazia: «Neanche i partiti che si autodefiniscono socialisti riescono a trovare in Italia una strada comune». Vero. E per quale miracolo allora dovrebbero trovarla anche con chi socialista non è, non vuole essere e non vuole convivere nello stesso partito europeo? Su questa strada anziché un processo unificante, a mio avviso, si potrebbero verificare altre rotture e frammentazioni, indebolendo ancora non solo la sinistra che si richiama al socialismo europeo ma il sistema politico nel suo complesso. Alfredo Reichlin (nel suo articolo sul Riformista di mercoledì 6 dicembre) avverte «la necessità di una iniziativa politica nuova, straordinaria, volta a dare vita a un nuovo soggetto politico: una forza nuova per la situazione storica nuova... in grado di organizzare una riscossa democratica e di dare vita ad un processo unitario tra le forze progressiste». Bene. Questo significa che quel processo, al momento, non c’è. E non si capisce chi potrebbe mettere in moto un’iniziativa in grado di avviarlo dato che Alfredo, nello stesso testo, ci dice che «le difficoltà stanno anche nelle cose... ma c’è un limite della leadership che non riesce parlare all’anima profonda del Paese».
La verità, cari amici miei, è che non si può progettare la nascita di una nuova forza politica in astratto, ragionando su ciò che sarebbe giusto e bello fare, senza tener conto dei rapporti che le forze politiche hanno con la società in cui viviamo. Tutti i fautori del Partito democratico sostengono che la mera somma tra Margherita e Ds, senza una grande partecipazione della società civile, sarebbe una jattura e un’operazione senza avvenire. E quindi evocano le primarie. Non so se ci sia cecità o malafede, ma non è possibile che non si percepisca il clima politico: quell’operazione, cari amici, oggi non raccoglie nemmeno tutto il consenso dei due apparati, dei militanti, degli iscritti. Fuori di essi non c’è nulla se non delusione e scetticismo ed è difficile risalire la china affidandosi a una chimera. È stancante, oltre che banale, leggere che è meglio stare uniti che separati, che è più incisiva una forza che può contare sul 30% e non sul 17% e via dicendo. Dopo di che, gli stessi fautori dell’unità a tutti i costi sono consapevoli che su tutti i temi della modernizzazione indicati da Amato, Reichlin e altri non si riescono ad adottare soluzioni unitarie e in linea con le riforme che si attuano in tutti - dico tutti - i paesi europei.
Massimo Giannini chiede ad Amato: «Lei tratteggia un quadro al limite dello sfacelo. Davvero il Pd può essere il collante che lo impedisce?» Amato risponde: «Può e deve avere l’ambizione di esserlo, per la semplice ragione che è possibile e storicamente essenziale che lo sia. Ma deve volare all’altezza giusta (quale?), i suoi dirigenti devono rischiare». Purtroppo, caro Giuliano, come sai, la storia recente della sinistra (crisi del Pci, del Psi, Cosa 1, 2, e ora 3) ci dice che chi non rischia sono proprio i dirigenti.

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