Parisi pessimista: il modello Flm di Fassino è una formula datata e fallimentare «LaMargherita si sciolga al congresso oppure è meglio rivolgersi ai cittadini»
Corriere della Sera
19/12/06
Si aspetterebbe «chiarezza, nitidezza, entusiasmo». E invece vede «espedienti e invenzioni verbali», formule «datate e fallimentari». Dunque, anche uno dei campioni dell'ulivismo, il ministro della Difesa Arturo Parisi, appare oggi lucidamente pessimista.
Professore, non si schioda: un po' avanti, poi di nuovo indietro, liti, incomprensioni....
«Non penso che una domanda rappresentata da troppi anni possa restare ancora a lungo senza risposta. Sono quasi 18 anni che, magari con formulazioni diverse, questa domanda, la domanda di un partito che non c'è, è stata avanzata. So bene che queste domande sono destinate ad avere risposte nel tempo di una generazione.
Ma in democrazia, come in demografia, il tempo di una generazione è più o meno 20 anni. L'anno prossimo chi è nato alla caduta del muro di Berlino, alla fine cioè di quel mondo, che qualcuno scambiò con la fine della Storia, sarà maggiorenne. A questo punto, se la risposta non arrivasse con la chiarezza, la nitidezza e l'entusiasmo che occorre, il Paese perderebbe un appuntamento con la storia».
Eppure questa risposta non sembra dietro l'angolo. Che succede? Diceva Totò che ogni limite ha la sua pazienza...
«Nonostante da molto tempo venga iscritto nel partito degli impazienti, la mia pazienza si è dimostrata grande. Più di quanto immaginassi. Sono anni che ho abbassato il mio tassametro, ma il problema è che se ci si dimentica il punto di riferimento, non si capisce di cosa stiamo parlando».
E qual è il punto di riferimento giusto?
«Dopo l'89 si è avviato nel mondo un processo di scomposizione degli assetti nei quali avevamo vissuto nei 50 anni precedenti, i blocchi geopolitici, quelli culturali e la stessa articolazione in classi della nostra società. Sullo sfondo della scomposizione di quegli equilibri, che solo oggi appare nella sua pienezza, cresce comprensibilmente tra i cittadini un'ansia per ciò che riguarda il futuro. E ci chiede una risposta che abbia il segno della speranza. È a questa domanda che dobbiamo rispondere. Altrimenti, inevitabilmente — e lo diciamo da tempo — la risposta prende una piega populista».
L'alternativa alla deriva populista?
«È una risposta collettiva, che faccia capo a quello che un tempo chiamavamo Partito, il cui compito è legare il passato al futuro, intestandolo a un "noi" e non all'"io" ipertrofico delle leadership solitarie. Il problema è recuperare il senso del progetto: se non capiamo che è una risposta a una domanda storica, non capiamo neanche a cosa debba servire questo soggetto».
O ci si crede o non ci si crede: altro che federazione...
«Significherebbe affidare questa risposta a invenzioni verbali, a espedienti, a mere soluzioni organizzative».
E il modello Flm proposto da Fassino?
«Sono sicuro che per Fassino quel modello abbia un senso. Ma non posso dimenticare che parliamo di una cosa che data quasi a 30 anni fa. Troppi per chi pensi di proporre precedenti che motivino all'azione, ma sufficienti per ricordare che quella esperienza è associata ad un fallimento. I giovani non capiscono di cosa si parla e quelli che ricordano non possono che preoccuparsi se pensano alla fine di quell'esperienza. Fine non casuale e che più di tutti assomiglia a quel tentativo di fusione a freddo di cui parliamo a proposito del Partito democratico».
C'è un altro tema, oltre a quello organizzativo, che sta a cuore ai Ds ed è l'adesione del futuro Partito democratico al Pse. Altro pantano. Come se ne esce?
«Tutto dipende da come ci si entra. Chi entra dalla porta sbagliata non troverà mai l'uscita. La porta giusta è quella che prevede una risposta di tempo lungo, un tempo più lungo di quello del governo. Che ci chiede perciò di costruire un soggetto che abbia una vocazione a farsi carico di proposte di lungo periodo pur con la consapevolezza della non autosufficienza. Invece ci troviamo di fronte a un numero eccessivo di risposte parziali. Parzialissime e precarie. Quale dei partiti esistenti è in grado di farsi carico dell'ansia e delle speranze dei cittadini? Nessuno. E allora, come non capire che occorre dar vita a un soggetto nuovo?
».
Insomma, prima fare il nuovo partito e poi vedere dove incasellarlo in Europa.
«Esatto. In questo quadro gran parte dei problemi sollevati sono problemi di dettaglio, problemi che non devono prendere il sopravvento rispetto al disegno globale».
Senta, ma tra Ds e Margherita chi è che frena di più o che pone più paletti o che capisce di meno o... dica lei.
«Ognuno ha i suoi problemi e nessuno si può mettere a dar lezioni agli altri. Ma nessuno deve nascondere il proprio problema dietro quello degli altri e quindi condizionare la propria scelta a passi che devono fare gli altri, ancorché con il motivo di non turbare l'unità».
Ammetterà che finora avete fatto a gara....
«È vero. Ma a questo punto ognuno deve avere il coraggio di dire, a se stesso prima di tutto, se crede in questa scelta e dirlo in modo definitivo. E poi attendere, con rispetto, gli altri. Ma non aspettare a declinare completamente la scelta fino a quando gli altri non hanno fatto la loro. Chi dice di essere più convinto, è bene che prenda l'iniziativa. È quello che io chiedo alla Margherita. Dica che quello della prossima primavera sarà l'ultimo congresso: che metterà fine a un percorso che era stato pensato e deciso sin dall'inizio come un percorso a termine. Questo e solo questo chiediamo. Se su questo riusciremo a confrontarci in modo onesto, se su questo riusciremo a decidere in modo conclusivo il congresso avrà un senso. Altrimenti conviene parlarne direttamente con i cittadini».
Dovrebbe valere anche per i Ds.
«Naturalmente. Per quelli che — ci auguriamo siano la maggioranza — si riconoscono nelle posizioni di Fassino».
Se D'Alema la chiamasse «compagno», sarebbe un dettaglio anche questo?
«Certo. Quello che conta, ripeto, sono le cose che molte». ci uniscono. E sono Questa assonanza sarà utile nella cosiddetta «fase 2» quando, su temi come pensioni e liberalizzazioni, la parte riformista della maggioranza si troverà davanti al muro dei massimalisti.
«Guardi, questo tema delle fasi è una delle cose che mi deprime di più. Più che annunciare una fase nuova per dire che la fase presente è superata, quello di cui abbiamo bisogno è ritrovare una prospettiva e un orizzonte che diano un senso al presente. Ed è qui che il tema del governo si lega al Partito democratico. Per un momento ho pensato anche io che la cosa più importante fosse far funzionare il governo, che il Partito democratico ne sarebbe venuto di conseguenza. Questi primi mesi mi hanno invece fatto prendere coscienza che ogni atto di governo ha un senso solo se è collocato in un orizzonte. E l'orizzonte non può essere solo il programma o la legislatura. Bisogna guardare oltre. Così, anche per un tema come la riforma delle pensioni, un conto è pensarla solo in termini contabili, un'altra è inquadrarla in un orizzonte più complesso che cerchi in una nuova società e in una nuova demografia un welfare più moderno e allo stesso tempo più attento ai diversi progetti vita».
Sì, ma orizzonti o no, c'è una parte della maggioranza che di pensioni non vuol proprio parlare.
«Perché guardano solo al programma, e non al progetto. A quel progetto al quale deve invece fare riferimento una forza come il Partito democratico se vuole essere quell'ala marciante, quella locomotiva, quel timone del cambiamento per il quale chiederei anche più liberalizzazioni e più concorrenza».
Senta, ma alla fine questo benedetto partito, riuscirete a farlo? Entro giugno nascerà qualcosa?
«Giugno? Le dovrei chiedere di quale anno... Quello che so è che oggi sembra smarrito il senso dell'impresa. Senza questo, che nasca a giugno del 2007 o di un altro anno, cambia poco. È la grandezza dell'impresa che vedo fuori dalla scena. Sento il dovere di raccogliere il senso di smarrimento che serpeggia tra i cittadini, soprattutto tra quanti ci hanno creduto, e di lanciare un allarme. Non vedo sentimenti adeguati. Il paradosso è che talvolta mi riconosco più negli argomenti degli oppositori che in quelli dei sostenitori perché leggo in essi almeno la cifra della verità. So che il partito di cui abbiamo bisogno è innanzitutto un partito vero, per la cui nascita qualcuno non dorme: sia tra i sostenitori che tra gli oppositori. Mentre il partito che rischia di affermarsi è un'impresa tranquilla, una scelta scontata: un partito che riesce ad essere contemporaneamente pesante dal punto di vista organizzativo e leggero, leggerissimo, dal punto di vista dei contenuti, della tensione culturale e della passione politica. Leggero come una piuma che si libra nell'aria, non come il volo di un uccello».
Antonio Macaluso
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