martedì 28 novembre 2006

Ricordare gli anni Settanta La tragedia di essere ex la commedia di essere post

da Corriere della Sera del 27 novembre 2006, pag. 28

di Pierluigi Battista


Adriano Sofri invita a non maramaldeggiare (so­prattutto su se stessi) se si decide di descrivere gli anni Settanta come un decennio esclusivamente cupo e violento. Ha ragione: Maramaldo è un personag­gio deplorevole. Ma è sgradevole anche il suo contrario: il giustificazionismo autoindulgente, la rappresentazio­ne edulcorata dei tragici errori del passato, e anche l'insopprimibile inclinazione a descriversi più belli, più intel­ligenti, più generosi di quanto in realtà si sia stati. Tutte malattie molto diffuse, se non altro perché, invece di San­t'Agostino, l'approccio moderno alla memoria autobio­grafica ha sciaguratamente scelto a modello la lamenta­zione autogratificante di Jean-Jacques Rousseau.



La confessione di Sant'Agostino - modello archetipi­co dell'autobiografismo moderno - racconta una frat­tura drammatica e suddivide la vita passata in due bloc­chi: un prima immerso nelle tenebre e accecato dalla pec­caminosità, e un dopo illuminato dalla grazia di Dio. Sfrondata dai suoi significati religiosi e teologici, la sud­divisione biografica consente a Sant'Agostino di descri­vere, in spirito di verità e senza indulgenze, il passato ripudiato. La confessione di Rousseau, anche se costella­ta di episodi poco commendevoli, è invece dettata dalla pretesa autoinnocentizzante che la colpa di ogni male risieda fuori dell'individuo. Pur commettendo grandi ne­fandezze, si è pur sempre riscattati da una bontà originaria deviata e snaturata dalla società malvagia. Si ammettono gli errori, ma senza vergognarsene. Anzi, la vergogna viene equiparata a un sentimento negati­vo, alla manifestazione di un inestin­guibile odio di sé, a un poco onorevo­le automacerarsi nel rancore e nella disillusione.



Ecco perché, eredi di Rousseau, tendiamo ad attenuare la portata degli errori passati e anche perché ci si ostina a rintracciare, nei vorticosi cambiamenti della vita, il miraggio di un continuum autobiografico. Ecco l'origine dell'ostilità as­soluta che si tende a riservare alla figura dell'ex: l'aposta­ta, il rinnegato, il «prete spretato», solitamente raffigura­to come prigioniero dei propri fantasmi. Ecco perché al­la difficile condizione dell'exeità si preferisce la più como­da e coerente figura della posteria. Essere «ex» allude a uno strappo con se stessi, rinvia a un tormento, all'incapacità di rasserenarsi nella contemplazione di un errore troppo tragico per essere sottovalutato. Essere «post» allinea e mette in armonia le distinte fasi della vita, siste­ma le cose in un percorso evolutivo che evita la dura resa dei conti con se stessi, relativizza gli errori del passato e popola la propria vita di presagi, premonizioni, prefigu­razioni di ciò che si sarà in futuro. L'«ex» è una figura della tragedia esistenziale, il «post» della commedia.



Vale nella politica e nella riflessione storica ciò che accade nei singoli individui. Chi ha vissuto da protagoni­sta l'irrespirabile clima di intolleranza e di violenza degli anni Settanta ha due strade davanti a sé: rileggere quegli anni da ex, raccontando tutta la verità e senza baloccarsi nell'automitizzazione della «meglio gioventù» che era «meglio» anche quando si rendeva responsabile delle co­se peggiori, oppure trattarli da «post», rivedendo se stes­si e l'Italia di allora con la stessa benevola indulgenza con cui gli adulti usano riandare alle imprese sventate di una elettrica ma felice adolescenza. Però la violenza ri­cordata come tenera acne adolescenziale è solo cattiva letteratura e pessimo romanticismo. Meglio Sant'Agosti­no, che non maramaldeggiava con se stesso, ma più sem­plicemente provava un po' di vergogna per il suo passa­to. Il primo degli ex.

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