da Corriere della Sera del 27 novembre 2006, pag. 28
di Pierluigi Battista
Adriano Sofri invita a non maramaldeggiare (soprattutto su se stessi) se si decide di descrivere gli anni Settanta come un decennio esclusivamente cupo e violento. Ha ragione: Maramaldo è un personaggio deplorevole. Ma è sgradevole anche il suo contrario: il giustificazionismo autoindulgente, la rappresentazione edulcorata dei tragici errori del passato, e anche l'insopprimibile inclinazione a descriversi più belli, più intelligenti, più generosi di quanto in realtà si sia stati. Tutte malattie molto diffuse, se non altro perché, invece di Sant'Agostino, l'approccio moderno alla memoria autobiografica ha sciaguratamente scelto a modello la lamentazione autogratificante di Jean-Jacques Rousseau.
La confessione di Sant'Agostino - modello archetipico dell'autobiografismo moderno - racconta una frattura drammatica e suddivide la vita passata in due blocchi: un prima immerso nelle tenebre e accecato dalla peccaminosità, e un dopo illuminato dalla grazia di Dio. Sfrondata dai suoi significati religiosi e teologici, la suddivisione biografica consente a Sant'Agostino di descrivere, in spirito di verità e senza indulgenze, il passato ripudiato. La confessione di Rousseau, anche se costellata di episodi poco commendevoli, è invece dettata dalla pretesa autoinnocentizzante che la colpa di ogni male risieda fuori dell'individuo. Pur commettendo grandi nefandezze, si è pur sempre riscattati da una bontà originaria deviata e snaturata dalla società malvagia. Si ammettono gli errori, ma senza vergognarsene. Anzi, la vergogna viene equiparata a un sentimento negativo, alla manifestazione di un inestinguibile odio di sé, a un poco onorevole automacerarsi nel rancore e nella disillusione.
Ecco perché, eredi di Rousseau, tendiamo ad attenuare la portata degli errori passati e anche perché ci si ostina a rintracciare, nei vorticosi cambiamenti della vita, il miraggio di un continuum autobiografico. Ecco l'origine dell'ostilità assoluta che si tende a riservare alla figura dell'ex: l'apostata, il rinnegato, il «prete spretato», solitamente raffigurato come prigioniero dei propri fantasmi. Ecco perché alla difficile condizione dell'exeità si preferisce la più comoda e coerente figura della posteria. Essere «ex» allude a uno strappo con se stessi, rinvia a un tormento, all'incapacità di rasserenarsi nella contemplazione di un errore troppo tragico per essere sottovalutato. Essere «post» allinea e mette in armonia le distinte fasi della vita, sistema le cose in un percorso evolutivo che evita la dura resa dei conti con se stessi, relativizza gli errori del passato e popola la propria vita di presagi, premonizioni, prefigurazioni di ciò che si sarà in futuro. L'«ex» è una figura della tragedia esistenziale, il «post» della commedia.
Vale nella politica e nella riflessione storica ciò che accade nei singoli individui. Chi ha vissuto da protagonista l'irrespirabile clima di intolleranza e di violenza degli anni Settanta ha due strade davanti a sé: rileggere quegli anni da ex, raccontando tutta la verità e senza baloccarsi nell'automitizzazione della «meglio gioventù» che era «meglio» anche quando si rendeva responsabile delle cose peggiori, oppure trattarli da «post», rivedendo se stessi e l'Italia di allora con la stessa benevola indulgenza con cui gli adulti usano riandare alle imprese sventate di una elettrica ma felice adolescenza. Però la violenza ricordata come tenera acne adolescenziale è solo cattiva letteratura e pessimo romanticismo. Meglio Sant'Agostino, che non maramaldeggiava con se stesso, ma più semplicemente provava un po' di vergogna per il suo passato. Il primo degli ex.
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