Rassegna stampa
Il Riformista
23/11/06
di Angelo Bolaffi
Le grandi attese che aveva suscitato sono andate per lo più deluse: a un anno esatto di distanza dal suo varo, infatti, la “grosse Koalition” della cancelliera Merkel gode oggi tra l’opinione pubblica tedesca di uno dei più bassi indici di fiducia politica che mai abbia registrato un governo nella storia della Germania del secondo dopoguerra. E questo nonostante che i due partiti che la compongono, la Spd guidata dal neo presidente Kurt Beck e l’Unione cristiano-sociale della Merkel e del bavarese Stoiber, possano contare su una solidissima maggioranza sia nel Budesrat, la camera delle regioni, che nel Bundestag, il parlamento federale. A conferma di quanto alcuni analisti avevano pronosticato e cioè che quella della “coalizione mammuth” anziché la soluzione dei problemi sarebbe diventata essa stesa parte del problema. Con un misto di rassegnato realismo e di disincantato fatalismo la cancelliera Merkel ha per questo ricapitolato l’esperienza di dodici mesi di governo assieme ai socialdemocratici in questi termini: «Nella grande coalizione abbiamo vissuto dalle emozioni della luna di miele fino al limite della frustrazione tutta la gamma possibile degli stati d’animo. Adesso siamo arrivati a una solida normalità».
Dunque, se la grande coalizione, a differenza di quanto sostengono in Italia alcuni commentatori interessati, non rappresenta di per sé la soluzione ideale grazie alla quale poter realizzare le grandi riforme e affrontare l’inevitabile malcontento che tale operazione sempre comporta, è anche vero che a un esame più ravvicinato e meno emotivamente caratterizzato è impossibile negare che alcuni importanti obiettivi il governo Merkel li ha conseguiti. La disoccupazione è scesa sotto la soglia “magica” del 10% (anche se il dato statistico, come spesso accade, non descrive la realtà per come essa è veramente, giacché a ovest il tasso di disoccupazione sfiora appena il 6-7% mentre nel Laender dell’est è saldamente attestato appena la di sotto del 20%) i conti pubblici sono tornati in ordine con il pieno rispetto dei criteri di Maastricht, mentre il tasso di crescita dell’economia nell’anno in corso dovrebbe aggirarsi attorno a un non proprio disprezzabile 2,5%. Alcune importanti riforme, sia pure non con l’ampiezza che sarebbe stata auspicabile, sono state realizzate: da quella pensionistica, che prevede un innalzamento graduale fino a 67 anni, a quella della sanità, mentre si sta lavorando a quella del mercato del lavoro e della riduzione dell’Iva.
E allora perché tanto malcontento tra elettori e cittadini? Perché se oggi si votasse probabilmente l’Unione cristiano-sociale registrerebbe il peggior risultato della sua storia dal 1949 in poi mentre di tale malcontento profitterebbero non solo Verdi e liberali della Fdp ma il partito della sinistra (Die Linke) guidato dall’ex dirigente della Spd Lafontaine e, forse, in alcune regioni dell’est anche le formazioni neonaziste? Rispondere a questo interrogativo significa in buona sostanza affrontare il grande tema che oggi tormenta tutti i sistemi occidentali che hanno costruito il consenso attorno alle istituzioni della democrazia rappresentativa mediante la costruzione di quel gigantesco meccanismo di redistribuzione della ricchezza e delle opportunità di vita individuale e collettiva che chiamiamo Stato sociale. Grazie a una sorta di grande scambio politico le democrazie occidentali hanno fondato la loro legittimità garantendo ai cittadini un benessere crescente e costante. Dopo il 1989, la caduta del Muro di Berlino e la grande ondata di globalizzazione dell’economia del pianeta, questa prospettiva si è definitivamente dileguata. Ogni governo, e quello tedesco in primis, visto che in Germania funzionava il più munifico Welfare del globo, può promettere di garantire un futuro solo grazie a radicali riforme che comportano tagli e sostanziali riduzioni sia del livello del benessere che della sicurezza sociale. Se a questa realtà di crisi strutturale del modello socio-economico si aggiunge la consapevolezza, anche in questo caso particolarmente radicata in Germania, che gli imperativi di sostenibilità ambientale impongono drastiche limitazioni e una profonda revisione del modello di sviluppo, è chiaro che, a meno di non cercare opportunisticamente di aggirare il problema ricorrendo a parole d’ordine populistiche, chiunque sia chiamato a governare è comunque destinato a scontentare i cittadini elettori.
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