sabato 25 novembre 2006

Il Subcomandante alla battaglia contro la "sinistra scema"

da La Stampa del 22 novembre 2006, pag. 16

di Riccardo Barenghi


I sondaggi vanno male per tutti nel centrosinistra, e anche per Rifondazione vanno male. Se si votasse oggi il partito di Bertinotti, secondo l’ultima rilevazione fatta da Unicab e resa pubblica domenica sera da La 7, perderebbe quasi un punto rispetto al risultato della Camera, dal 5,8 al 4,9 per cento. E’ vero che i sondaggi sono sempre sondaggi, e soprattutto in tempi di Finanziaria penalizzano chi sta al governo. Ma in certe occasioni ognuno guarda in casa sua, e magari si preoccupa.

Soprattutto si preoccupa se di fronte a un calo così vistoso di consensi e di popolarità, il Presidente del Consiglio se la prende col «Paese impazzito». Dentro Rifondazione sono rimasti allibiti, questa la parola che usano, quando hanno sentito Prodi parlare così. Non è piaciuta a nessuno quell’uscita. Ma come, si sono chiesti, invece di prendersela con le lobby, i gruppi di potere, le corporazioni, i poteri forti, il premier si scaglia contro tutto il Paese? Così non va, tanto che lo stesso Bertinotti ha aspettato l’occasione giusta per bacchettare il «suo» premier, accusandolo implicitamente (anche se ieri ha smentito di avercela con lui) di tenere «atteggiamenti aristocratici con il Paese».

Ma è solo una polemica che finisce lì oppure è un avvertimento, o addirittura una minaccia? Dentro il partito tutti negano che ci siano altre intenzioni, che insomma Rifondazione cominci a pensare a un suo futuro sganciamento dal carro del governo. Negano ma non si nascondono certo le difficoltà e le sofferenze per il Partito, oggi e soprattutto domani. Già la gestione della Finanziaria li ha lasciati scontenti, nonostante all’inizio fossero stati loro i protagonisti della manovra, tanto che è passata ormai l’idea che si tratti della «loro» Finanziaria. Invece loro tanto «loro» non la sentono più, la difendono in pubblico ma in privato parlano di «pasticci uno dietro l’altro». In più, non gradiscono lo stile col quale Prodi gestisce la situazione: troppo personale, a volte autoritario, plebiscitario, un po’ berlusconiano insomma.

Un fastidio che si somma a un altro fastidio, quello che provano di fronte a quei movimenti, per quanto super radicali per non dire estremisti, che vanno ormai per conto loro. Certo, dicono, sono poca cosa, poca gente e poche associazioni, ma si tratta comunque di pezzi che si agitano nella società e che fino a pochi anni fa sfilavano fianco a fianco con Bertinotti. Mentre adesso gli sparano (metaforicamente) contro. Mettiamoci pure che i cugini-rivali di Diliberto e Rizzo non perdono occasione per approfittare della situazione, scavalcando a sinistra il Prc, per capire che qualche motivo di nervosismo dentro il Prc non manca. Tanto che ieri il direttore di «Liberazione», Piero Sansonetti, ha scritto un lungo editoriale contro «la sinistra scema». Cioè proprio quella che è scesa in piazza sabato scorso, a cominciare da Diliberto che «per fortuna – dicono nel Prc – si è fatto un bell’autogol». D’altra parte, «competition is competition» o come si diceva tanti anni fa nel mondo della Terza Internazionale: «Nessun nemico a sinistra». All’epoca si intendeva che andava annientato fisicamente, oggi per fortuna ci si limita alla semplice concorrenza elettorale.

Finora si tratta di sofferenze che toccano sì punti sensibili ma che vengono considerate sopportabili. Il meglio, anzi il peggio, deve ancora arrivare. Ed è quella che Fassino chiama la fase due, altrimenti detta delle riforme strutturali. Le pensioni, le liberalizzazioni, le privatizzazioni dell’energia, forse anche dell’acqua. E qui si rischiano dolori seri se tutto non dovesse andare come dovrebbe, secondo il Prc ovviamente: e dovrebbe andare nel senso che le riforme si fanno (Bertinotti non pensa di mettere veti al riguardo) ma si fanno «democraticamente, coinvolgendo il Paese» (non impazzito), usando insomma un nuovo metodo e rispettando il Programma-totem. Se invece così non fosse, Rifondazione magari non pensa di provocare un nuovo ‘98, ossia uscire dalla maggioranza e dal governo aprendo così la crisi. Ma teme che si sfaldi tutta l’Unione e imploda nelle sue contraddizioni. Una prospettiva che il Prc – e in particolare Bertinotti che ha investito tutto in questa partita – considera la sconfitta delle sconfitte.

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