E’ un’eredità che continua a produrre conoscenze e dimostra che la scienza deve diventare un pilastro della società.
• da tSt, tutto Scienze e tecnologia - La Stampa del 13 settembre 2006, pag. 1
di Umberto Veronesi
Riflettere sull’Evoluzione significa riflettere su noi stessi, sulla nostra storia e il nostro futuro, sul nostro rapporto e ruolo nell’ambiente in cui viviamo e nella società di cui facciamo parte. Questo è il significato della seconda Conferenza Mondiale sul Futuro della Scienza, dove rifletteremo, appunto, sull’Evoluzione dell’Universo, della Vita, della Mente. Non ci sono più dubbi: nulla del mondo vivente e non vivente può essere veramente compreso, se non alla luce dell’Evoluzione che, avendo cambiato profondamente la visione del ruolo dell’uomo nell’Universo, rappresenta il baluardo del pensiero scientifico nel confronto con le concezioni fondamentaliste. Per questo l’evoluzionismo è un nervo scoperto in molti Paesi in cui dominano i saperi che derivano da forti tradizioni religiose e filosofiche. Ed è per questo che è importante tenere acceso il dibattito sull’eredità darwiniana, che continua a svilupparsi ed arricchirsi ancora nei nostri giorni, grazie ai grandi progressi scientifici degli ultimi anni e grazie al contributo di scienziati e pensatori di tutto il mondo, molti dei quali sono proprio a Venezia alla nostra Conferenza.
Vogliamo ricordare alla società che la più importante rivoluzione scientifica dell’era moderna, la decodifica del DNA, ci ha dato una conferma della spiegazione darwiniana del processo evolutivo di ogni forma vivente. Abbiamo scoperto che il DNA è identico in ogni organismo, dal filo d’erba all’elefante, ed assolve invariatamente a due compiti: il primo è di sopravvivere ad ogni costo, anche a danno di altri esseri, e il secondo è di riprodursi. In sostanza la genetica ci dimostra che, dal punto di vista biologico, gli esseri viventi appartengono a un’unica famiglia, avvalorando la prima parte dell’ipotesi di Darwin («specie affini derivano da ceppi comuni»). Inoltre, il fatto che, partendo dallo stesso DNA, si è arrivati dal batterio all’uomo avvalora anche la seconda parte («le specie possono mutare»): l’evoluzione biologica è spinta da effetti mutazionali e queste mutazioni derivano essenzialmente da radiazioni e agenti presenti nell’ambiente terrestre e nell’Universo.
Dunque, nella visione darwinana, la vita, quella umana come quella animale e vegetale, è determinata da due forze: la casualità e il condizionamento ambientale. A Venezia emergerà fortemente che l’Evoluzione non lascia molto spazio a interpretazioni metafisiche dell’esistenza umana e neppure alla centralità dell’uomo nell’Universo. Tuttavia va ben compreso che lo spirito darwiniano non è un atteggiamento polemicamente antireligioso o ateo. Non sostiene che Dio esiste o non esiste. Chi a questo principio si ispira vuole provare a capire il mondo che ci circonda con la forza della ragione, indipendentemente dall’esistenza di forze sovrannaturali. E vorrebbe che la fede, in un Dio creatore e in un Dio redentore, in Allah, Jahve, o Brama o nell’insegnamento di Buddha, rimanga nella sfera personale senza entrare nella dimensione collettiva delle Verità totalizzanti, che escludono categoricamente qualsiasi altra interpretazione della realtà o proposta di intervento.
Il messaggio di Venezia è invece «apriamo il dialogo», un dialogo non esclusivamente scientifico, ma politico e sui relativi impegni economici. E’ ora di riammettere la scienza nel dibattito e nella strategia del futuro. Non basta interpellarla occasionalmente, come è successo in Italia per le cellule staminali o la fecondazione assistita. La scienza deve essere parte integrante della vita culturale ed ha molto da dire: sul miglioramento della salute dell’umanità, sulla sconfitta delle grandi calamità, come la fame o la siccità o l’inquinamento, sull’utilizzo delle risorse disponibili sul pianeta e il reperimento di altre forme di energia per migliorare la qualità della vita delle future generazioni.
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